A Chiara

A Chiara (2021)

A Chiara

Il film sarà proiettato sabato 16 luglio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Uscito nel 2021, e presentato alla Quinzaine des Realisateurs del Festival di Cannes, A Chiara chiude, dopo i precedenti Mediterranea e A Ciambra, una personale trilogia che il regista Jonas Carpignano ha voluto dedicare alla terra di Gioia Tauro, e ad alcuni dei gruppi umani che la abitano. Una trilogia tutta incentrata sul tema dell’appartenenza e sul difficile contatto con gli “altri”, sui conflitti interiori e sui compromessi necessari per ottenere, da parte di personaggi identificati come genericamente ai margini, il riconoscimento sociale (che sia quello familiare, o quello di una comunità più grande). Dopo la realtà dell’immigrazione africana a Rosarno di Mediterranea, e dopo quella della comunità rom di A Ciambra, in questo nuovo lavoro a essere esaminata dal regista è la borghesia cittadina; una borghesia che cela segreti oscuri – e innominabili collusioni – dietro la sua facciata (neanche troppo) rassicurante. Una facciata che sarà squarciata dalla ricerca personale, dolorosa quanto necessaria, della giovane protagonista Chiara, interpretata dalla bravissima Swamy Rotolo.

Come in A Ciambra, Carpignano declina la narrazione nei termini del coming of age, di un romanzo di formazione che imporrà alla sua protagonista scelte dolorose, per non dire laceranti. Qui, la Chiara del titolo sarà costretta ad aprire gli occhi sulla sua famiglia – e in particolare sulle attività criminali di suo padre – in occasione del diciottesimo compleanno di sua sorella Giulia. Proprio in occasione di quello che, per sua sorella, sarà un passaggio simbolico che segnerà l’accettazione dello status quo – unitamente a un ruolo familiare subalterno – per Chiara diventerà invece l’inizio di una contrastata presa di coscienza. Quel genitore da sempre pilastro della vita familiare, ritratto in tutta la sua timida ritrosia quando si tratta di fare un discorso per i diciott’anni della figlia, sparisce senza lasciare traccia all’indomani del compleanno di Giulia. Eppure, i segni della crisi c’erano già tutti, espressi nei suoi equivoci incontri, e in un ultimo, traumatico evento rivelatore, arrivato parallelamente alla sua scomparsa. Incapace di rassegnarsi all’idea che suo padre (forse) un giorno tornerà a casa, Chiara decide di andare a fondo. Di guardare con più attenzione quello che in fondo ha sempre avuto sotto gli occhi.

Come già i due precedenti film di Jonas Carpignano, A Chiara è all’insegna di un rigoroso realismo, che a volte tuttavia si apre in squarci onirici, in sogni/allucinazioni dal forte valore simbolico. Il mondo che gli adulti hanno nascosto alla giovane protagonista è in realtà davvero (fisicamente e metaforicamente) sotto i suoi piedi. Nascosto ma facilmente accessibile, una volta che si decida davvero di trovare il passaggio per entrarvi. Una volta che si accetti di trovarsi faccia a faccia con l’abisso, quello a contatto del quale si è cresciuti, e di cui inevitabilmente ci si è nutriti. Per Chiara, guardare dentro quell’abisso, fatto di silenzi e domande mai poste, significherà anche, nietzschanamente, accettarne lo sguardo indagatore; prendere contatto col modo in cui questo ha strutturato la propria identità, e decidere se, e in che misura, si vuole continuare ad accoglierlo. E significherà sviscerare ogni aspetto di quel baratro – continuando a porre ad infinitum quelle domande che finora non hanno avuto risposta; immergendosi direttamente in esso, attraverso la ribellione a un mondo adulto (e istituzionale) che vorrebbe proteggere semplicemente cancellando, rimuovendo pezzi di realtà che sono anche e soprattutto pezzi di identità. Impedendo con ciò una reale capacità di scelta e autodeterminazione da parte dell’individuo.

Come nei due film precedenti, l’eleganza della messa in scena di Carpignano non cancella la durezza delle tematiche portate sullo schermo; una durezza che qui, tuttavia, resta quasi sempre suggerita, evocata dalle domande della protagonista, dai silenzi e dalle mezze frasi che puntualmente riceve in risposta, priva di una rappresentazione esplicita se non in un paio di scene. Il regista segue Chiara nelle sue peregrinazioni, cogliendola quasi sempre in movimento, nella rappresentazione di un’inquietudine che potrà placarsi solo con la comprensione e la dolorosa presa di contatto con la realtà. Con la presa d’atto di un male quotidiano ed estremamente banale nelle sue dinamiche, perpetrato nell’indifferenza e nella quieta rassegnazione dei suoi spettatori. Un male spiegato con le risposte più semplici e prosaiche, quelle che si limitano a quantificare il tempo speso a compiere un’azione criminale; in una dinamica utilitarista che a dispetto delle giustificazioni portate per il silenzio (“tu sei troppo giovane per capire”) risulta in realtà perfettamente e dolorosamente comprensibile. In mezzo, pezzi dei due film precedenti (espressi nelle apparizioni dei due rispettivi protagonisti, Koudous Seihon e Pio Amato) che si insinuano nel racconto, a ribadire la sua sostanziale continuità con essi. L’approdo, anche in questo caso, resta incerto, ma forse con un senso di compiutezza in più; o, perlomeno, con una direzione più chiara per la giovane protagonista, sempre inquieta ma certo più consapevole.

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