A Ciambra

A Ciambra (2017)

A Ciambra

Il film sarà proiettato sabato 9 luglio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Due anni dopo Mediterranea, racconto per immagini delle comunità di immigrati della piana di Gioia Tauro, il regista Jonas Carpignano torna sugli stessi luoghi, raccontando un altro pezzo dell’umanità che li abita. A Ciambra, che come il precedente film è frutto dell’estensione di un cortometraggio dello stesso regista, punta il suo sguardo sulla variegata comunità rom che vive tra Gioia Tauro e Rosarno, nell’enorme ghetto dal quale lo stesso film ha preso il nome. Una realtà praticamente invisibile per il cinema italiano, quella dei gruppi rom e sinti, trattata solo in pochi esempi di film indipendenti, rimasti privi di distribuzione o quasi. Quello di Carpignano, invece – complice anche il patrocinio di Martin Scorsese, presente nel ruolo di produttore esecutivo – è stato un lavoro visto e apprezzato, che partendo dalla Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes ha potuto godere di una discreta distribuzione nelle nostre sale, oltre a essere scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2018. La nomination non è poi arrivata, forse anche a causa di una durezza di sguardo – e di un approccio inusualmente vero, pur nella natura narrativa e di fiction del film – inusuali per i giurati dell’Academy: ma l’importanza del film, per ciò che racconta e per come lo fa, resta innegabile.

Protagonista della trama di A Ciambra è il giovanissimo Pio Amato, quattordicenne rom che vive la sua esistenza come un adulto in miniatura; il ragazzino beve, fuma e riesce a muoversi con facilità e scaltrezza tra le varie famiglie rom del luogo, nonché tra queste e le comunità degli africani e degli “italiani”, come li chiama lui. Pio ha il mito di suo fratello maggiore Cosimo, che segue ovunque, e al quale è smanioso di dimostrare di essere diventato un uomo: proprio da Cosimo, Pio ha imparato i trucchi per sopravvivere in strada, tra espedienti e azioni criminali. Tuttavia, quando Cosimo viene arrestato, il ragazzino dovrà davvero provare a se stesso (e alla sua famiglia) di essere pronto a prendere il suo posto; ma il compito si rivelerà più arduo di quanto lui stesso non pensasse, tra familiari che non smettono di considerarlo un bambino, e una realtà esterna con cui sarà costretto a confrontarsi davvero per la prima volta; una realtà che presto gli imporrà alcuni compromessi dei più dolorosi.

Come in Mediterranea – che già vedeva la presenza dello stesso Pio (interprete di se stesso) in alcune scene, e il cui protagonista Ayiva torna qui in un ruolo non secondario – Jonas Carpignano racconta il reale attraverso la finzione e la forma lirica. A Ciambra, interpretato dai veri membri delle comunità rom e africane del luogo, è un ritaglio di realtà che si fa narrazione filmica, punto d’equilibrio quasi miracoloso tra resa fedele e rappresentazione, registrazione e ricostruzione. Una sintesi che anziché enfatizzare in qualsiasi modo il racconto – in termini etici o ideologici – sceglie piuttosto di renderne tutta la debordante verità. Quello di Pio, personaggio che già nel film precedente avevamo imparato in piccola parte a conoscere, è un vero e proprio coming of age, educazione umana che diventa inevitabilmente educazione criminale. Lontano dalla voglia di edulcorare, così come da quella di narrare per stereotipi, Carpignano sceglie semplicemente di indagare la realtà, per smontarla, ricostruirla in forma narrativa e tentare di comprenderla. Come nel film precedente, il suo sguardo è privo di sconti e di omissioni, permeato di durezza nelle vicende messe in scena quanto di lirismo nella loro resa, di un’empatia che si coglie potentemente tra le pieghe del racconto.

Se in Mediterranea le istituzioni erano le reali responsabili del dramma messo in scena, in A Ciambra queste restano praticamente assenti, quasi costantemente fuori quadro, entrando in campo solo nella loro forma più spietatamente repressiva. Ma più che intentare processi, o cedere alle tentazioni di un’ideologia che resta strumento inadeguato per trattare adeguatamente la materia, Jonas Carpignano racconta una storia umana in un collage di altre storie, calate dentro un contesto che – nella sua marginalità – il regista riesce a farci sentire incredibilmente vicino. All’etica delle azioni si sostituisce, in A Ciambra, quella dello sguardo, del rigore e del rispetto dell’oggetto trattato, pur nella sua lirizzazione. Una lirizzazione che a volte sconfina persino nel sogno e nel registro onirico, nell’immagine ricorrente di quel cavallo che racconta di un passato nomade che resta presente nell’anima di un intero popolo; una presenza che, incapace di dichiarare la sua resa, assume la forma del sogno che non cede alla spietatezza del reale.

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