After Lucia

After Lucia

Il tema del bullismo, negli ultimi anni, è stato trattato al cinema più e più volte, con un interesse che è salito parallelamente all’attenzione mediatica per i casi (spesso drammatici) fatti registrare da una parte all’altra del globo. Raramente, però, l’argomento è stato preso di petto in modo tanto crudo, esplicito, diretto come un pugno nello stomaco, come in questo After Lucia. Opera seconda del regista messicano Michel Franco, vincitore della sezione Un Certain Regard nel Festival di Cannes 2012, il film mette in scena il vero e proprio viaggio all’inferno di una ragazza di 17 anni, fatta oggetto di una serie di umiliazioni psicologiche e fisiche sempre più pesanti. Dopo il premio a Cannes, e le successive presentazioni in molti altri festival internazionali, il film di Franco non ha avuto grossa fortuna, trovando una limitatissima visibilità in sala (in Italia è tuttora inedito) e finendo rapidamente in un immeritato oblio. Una sorte che può essere spiegata solo in parte dall’estrema durezza delle sue tematiche, e dal modo in cui queste vengono messe sullo schermo. Nel frattempo, il regista ha continuato a trattare casi problematici (la malattia terminale in Chronic – del 2015 – di nuovo l’adolescenza e la depressione in April’s Daugher – risalente al 2017) e a ricevere riconoscimenti. Ci si domanda se prima o poi qualcuno, anche in Italia, si accorgerà del suo cinema.

After Lucia mette in scena la storia di Alejandra, trasferitasi con suo padre Roberto da Vallarta a Città del Messico, dopo la morte della madre. La ragazza sembra dapprima integrarsi bene nell’ambiente scolastico, legando immediatamente coi compagni: ma una festa, in cui Alejandra ha un rapporto sessuale con un compagno di classe che si era infatuato di lei, cambia radicalmente le cose. Il ragazzo, infatti, ha filmato il rapporto col suo telefonino; il giorno dopo, il video inizia a circolare in tutta la scuola, e la ragazza comincia a essere evitata, insultata, fatta oggetto di messaggi derisori sul cellulare, che la ingiuriano e la chiamano puttana. La situazione, col passare dei giorni, si fa sempre più pesante, con la persecuzione che dal piano psicologico si sposta su quello fisico; l’intera scuola sembra aver trovato in Alejandra una valvola di sfogo per le sue pulsioni più bestiali, mentre la ragazza si chiude in un doloroso silenzio, rifiutando di rivelare a chicchessia ciò che sta subendo. La situazione finirà per degenerare, definitivamente, durante una vacanza organizzata dalla scuola nella località di Veracruz. Qui, le violenze supereranno il limite, raggiungendo un punto di non ritorno.

È stato citato il cinema di Michael Haneke (lucido, spietato, quasi clinico osservatore delle pulsioni più nascoste dell’animo umano) per descrivere questo After Lucia; e in effetti il paragone non ci sembra peregrino. L’approccio del regista alla materia è essenziale, diretto, privo di fronzoli: persino la colonna sonora è assente, mentre per tutto il film si respira un clima di violenza e sopraffazione che viene presentato – semplicemente – come un dato di fatto. L’occhio del regista può sembrare freddo, meramente analitico, teso alla semplice enunciazione degli eventi: ma sono proprio questi ultimi, in realtà, nel crescendo implacabile della loro successione, a non poter ispirare freddezza. Quello che la protagonista deve subire è un inferno privo di vie d’uscita; la cosa che destabilizza è l’apparente disumanizzazione della vittima, la riduzione delle angherie quasi a un passatempo da parte dei suoi – un po’ annoiati – aguzzini. Il male è banale, sembra dirci la sceneggiatura del film, è la semplice espressione di mancanza di profondità umana, capacità di introspezione, cultura, empatia. Far soffrire qualcuno è solo un altro modo per far passare il tempo, un diversivo da esperire tra la scuola e la famiglia; i torturatori di Alejandra – ed è forse questa la cosa più sconvolgente del film – non appaiono pienamente consapevoli di ciò che stanno facendo.

After Lucia si giova di una sceneggiatura che racconta gli eventi in un crescendo implacabile, quasi soffocante; ma quello di Michel Franco è anche un film di attori, a cominciare dalla sorprendente protagonista (l’avevamo vista in The Burning Plan – Il confine della solitudine) per finire con l’interprete di suo padre. Proprio nel contraltare familiare al dramma subito da Alejandra, in un’altra sofferenza silenziosa (quella del lutto vissuto dall’uomo) e nell’incapacità di comunicare e chiedersi aiuto a vicenda, sta un altro elemento estremamente realistico del film. Il tutto è raccontato senza ricatti emotivi, in un racconto pulsante che fa scaturire il coinvolgimento direttamente dagli eventi: difficile restare indifferenti, necessario interrogarsi (dolorosamente) su quanto siano realmente “devianti” le azioni di quei giovani aguzzini, in un contesto come quello della società occidentale. Su quanto il mostro, insomma, segretamente ci somigli.

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