Anomalisa

Anomalisa recensione

Anomalisa

Il film sarà proiettato sabato 15 febbraio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Per il suo secondo film da regista, Charlie Kaufman sceglie il linguaggio dell’animazione a passo uno, adattando un suo vecchio spettacolo teatrale risalente al 2005. Nella sua versione da palcoscenico, Anomalisa era firmato da tale Francis Fregoli, pseudonimo del regista; un nome, quest’ultimo, che torna anche nella trama del film, nella denominazione dell’hotel in cui risiede il protagonista. Il riferimento è alla Sindrome di Fregoli, disturbo psichiatrico che comporta l’errato riconoscimento, da parte del paziente, di persone in realtà non conosciute, e l’idea di essere perseguitati sempre dallo stesso individuo. In effetti, nel film di Kaufman il protagonista Michael è oppresso da una realtà fatta di individui che hanno tutti la stessa voce; una voce maschile piatta, monotona e indipendente dal sesso o dall’età della persona che parla. Durante un viaggio di lavoro, Michael scopre una donna con una voce diversa; si chiama Lisa, e proprio per la sua diversità viene da lui ribattezzata Anomalisa. Michael si convince così di aver trovato una persona unica, con cui passare il resto della sua vita.

Il mondo narrativo di Charlie Kaufman, da sempre incentrato su un certo grado di distorsione della realtà, prende qui vita grazie ai pupazzi di plastilina: un linguaggio, quello dell’animazione in stop-motion, perfetto per rappresentare quello che è quasi un viaggio psicanalitico, una breve finestra nella vita di un individuo trasfigurata in una rappresentazione surreale, un excursus onirico che del sogno ha tutta la consistenza. Non è un caso che, quando il protagonista, in una significativa scena, fa davvero un sogno, non abbiamo problemi a credere alla veridicità di ciò che vediamo sullo schermo. Quella del protagonista Michael è una realtà all’insegna dell’omologazione, tanto efficiente quanto illusoria e plastificata; un mondo di voci e facce tutte uguali che tuttavia, sovrapponendosi l’una con l’altra, minano da dentro l’equilibrio psichico dell’uomo. Lui, da quella realtà, è già fuggito una volta, abbandonando la donna amata senza nessuna spiegazione; ora, vorrebbe fuggire di nuovo, ma stavolta non più da solo. Perché alla solitudine, specie se si trova un’anima gemella altrettanto diversa, è sempre preferibile la complicità.

Anomalisa è un racconto cinematografico tanto stringato (solo 90 minuti) quanto complesso, un viaggio in una psiche tormentata, una narrazione a tinte fosche che tuttavia, nella sua cupezza, è capace di aprirsi a momenti di notevole lirismo. La paranoia di un mondo che vuole relegare ai margini il protagonista è sempre lì, dietro l’angolo, incarnata in uno specchio che da un momento all’altro potrebbe rivelare una verità sconvolgente, e in un volto che forse è solo una maschera che copre il vero aspetto; eppure, l’incontro tra Michael e Lisa ha i toni del melò, della love story sussurrata, dell’incontro tra due anime solitarie finalmente capaci di capirsi e aiutarsi a vicenda. L’hotel, coacervo di voci e facce tutte uguali che si sovrappongono, di stanze linde e pulite che nascondono, nel seminterrato, un vero e proprio cuore di tenebra, non è che rappresentazione in piccolo del mondo esterno; fuggire da esso è quasi un obbligo. All’asetticità di quelle voci senz’anima verrà contrapposta l’imperfezione dei volti e dei corpi dei due protagonisti, persino la goffaggine di un rapporto sessuale in cui i due mostrano, in un momento di inusitata tenerezza, l’impaccio di due adolescenti.

Anomalisa mostra il disagio del sentirsi diversi rappresentando plasticamente l’omologazione, ci fa penetrare nel mondo del protagonista senza farcene mai distaccare, si sovrappone nel punto di vista a quello di Michael, mettendone in scena l’ottica tormentata e bisognosa di essere esternata. Il tono è spesso aspro, ma capace di farsi lirico nei momenti giusti; Charlie Kaufman è tanto attento a trasfigurare il quotidiano nella sua componente visiva, quanto paradossalmente naturalista nella narrazione. Quella del suo film, in fondo, è una storia realistica, solo rappresentata dall’ottica di un individuo che ha dentro un mondo più ricco e complesso di quello che i nostri occhi, normalmente, sarebbero in grado di cogliere. Una realtà aumentata capace di discernere (meglio) tanto le ripetizioni quanto le differenze. Una capacità che, a prescindere dal risultato di quell’unico, irripetibile incontro, resta certamente da valorizzare.

Condividi questo post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Ogni sabato pomeriggio per vedere un film, discuterne e passare del tempo insieme