Asperger’s Are Us

Asperger's Are Us recensione

Asperger’s Are Us

Il film sarà proiettato sabato 12 settembre all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente. ATTENZIONE: il film verrà proiettato in lingua originale con sottotitoli in italiano.

Tutto ha inizio nel 2010, in un campo estivo per ragazzi autistici del Massachussets: New Michael Ingemi, Jack Hanke e Ethan Finlan stringono amicizia con Noah Britton, operatore del campo, di qualche anno più anziano di loro, a sua volta diagnosticato nello spettro autistico. I quattro scoprono di avere in comune, oltre alla condizione che li ha fatti incontrare, un senso dell’umorismo sopra le righe e anticonvenzionale, oltre a una naturale attitudine a stare al centro dell’attenzione. Da qui a formare un ensemble, il passo è breve: il nome, Asperger’s Are Us – con quell’apostrofo di troppo piazzato lì come un errore voluto – è già di per sé una provocazione. Il gruppo, infatti, si esibisce in numeri e sketch che non trattano mai direttamente l’autismo, ma piuttosto utilizzano le peculiarità della condizione Asperger – e il singolare umorismo che questa, spesso, porta con sé – per divertirsi e intrattenere il pubblico. Divertirsi e intrattenere: sono proprio questi, in quest’ordine – come uno di loro spiega – gli scopi di questa formazione, che esiste principalmente come risultato naturale di un’amicizia.

Questo documentario distribuito da Netflix, che prende il nome dal gruppo, è in parte un “dietro le quinte” del lavoro dei quattro giovani – mentre preparano quello che potrebbe essere il loro ultimo show – in parte un’illustrazione diretta del loro humour – che ce ne fa saggiare la fattura surreale e dark – in parte un coming of age per ognuno dei quattro protagonisti, presi in un’età di passaggio in cui il futuro è ancora nebuloso. Il regista Alex Lehmann entra nel privato dei quattro nel modo più discreto possibile, utilizzando le interviste frontali solo per lo stretto necessario, e documentando direttamente il processo creativo – nelle sue varie fasi – del gruppo in vista di un importante spettacolo. Negli 82 minuti di durata del film, veniamo così a contatto con gli incontri/scontri creativi tra i quattro, i momenti di giocosa condivisione ma anche i conflitti, i contatti con lo youtuber che farà loro da “spalla” virtuale, così come gli occasionali contrasti e i punti problematici del processo di creazione. In tutto questo, le parole “autismo” o “Asperger” vengono pronunciate poche volte, così come poche volte è evocata direttamente l’appartenenza allo spettro dei quattro: lo scopo sembra essere quello di documentare il lavoro di un giovane ensemble creativo, nel senso più ampio del termine.

Non abbiamo creato Asperger’s Are Us per far sì che la gente capisca che anche le persone nello spettro sono capaci di umorismo”, dice New Michael, “ma piuttosto perché quello è l’umorismo che piace a noi”. Il documentario dà conto del lavoro di creazione e contemporaneamente si fa esso stesso performance, mostrando la spontaneità e l’assoluta naturalezza con cui i quattro protagonisti entrano nei loro ruoli una volta sul palco. La durezza della condizione autistica è evocata in alcuni dettagli – un rumore che dà più fastidio del solito, un buco sul muro coperto da un manifesto, memento di un vecchio meltdown – ma quasi mai affrontata direttamente: è come se i quattro volessero dar conto del proprio presente – e dei risultati raggiunti – non nascondendo tuttavia le difficoltà incontrate nel tragitto. In controluce, nel climax creato dal regista in vista del giorno dello show – scandito da un countdown diretto che conta i giorni – c’è l’inquietudine dell’imminente separazione, la consapevolezza di un processo di crescita in corso e la permanente voglia, nonostante tutto, di dire ancora la propria con gli strumenti acquisiti.

Così, Asperger’s Are Us diventa un coinvolgente ritratto di un’amicizia, che entra in punta di piedi nel privato dei protagonisti – il rapporto tra di Jack e New Michael coi rispettivi genitori – e che usa gli strumenti del documentario classico per generare empatia. Il tono è lieve, scanzonato e all’insegna di un surrealismo grottesco che permea di sé l’intero prodotto: quasi che il regista si sia fatto da parte, nel ritrarre i suoi quattro scatenati e (auto)ironici protagonisti, e abbia lasciato parlare la loro fisicità e la loro notevole capacità espressiva. Il risultato è il ritratto di un rapporto umano e artistico di cui si coglie da subito tutta l’autenticità, e che riesce a intrattenere facendo anche – sottotraccia – opera di divulgazione nelle tematiche che affronta. Un risultato sicuramente da non sottovalutare.

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