Before Midnight

Before Midnight recensione

Before Midnight

Il film sarà proiettato sabato 1 febbraio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Jesse e Céline, terzo atto. Dopo il colpo di fulmine di Prima dell’alba e l’avventura di Before Sunset – Prima del tramonto, la vicenda romantica dei due ragazzi conosciutisi su quel treno per Vienna volge al termine (almeno per noi spettatori). Quello di Before Midnight è il capitolo dell’età adulta e della condivisione, della verifica di quanto si è seminato e raccolto, della proiezione verso un futuro – che è anche quello dei figli – che non può non fare i conti anche con le storie personali dei due protagonisti. Fin dalla prima sequenza, quella in cui il Jesse interpretato da Ethan Hawke accompagna suo figlio all’aeroporto, per poi fuoriuscirne e scoprire la presenza di Céline, abbiamo pochi dubbi su cosa sia successo dopo i titoli di coda del precedente film: i due sono tornati insieme, e ora convivono con le due figlie gemelle a Parigi. Il figlio di Jesse, invece, vive a Chicago con sua madre, ancora animata da un sordo rancore nei confronti dell’ex marito e della sua attuale compagna.

Stemperando le venature romantiche di Prima dell’alba e approfondendo – o meglio, portando su un terreno concreto – l’inquietudine esistenziale di Before Sunset – Prima del tramonto, Before Midnight mostra dunque ciò che accade dopo; quando, cioè, le fiabe, così come le love story più dozzinali, (non) si chiudono col classico “e vissero felici e contenti”. Jesse e Céline la loro vita se la sono costruita al meglio, nei nove anni che sono seguiti a quel secondo incontro a Parigi: lui ha divorziato e ha scritto un secondo libro, anch’esso di gran successo, su quel nuovo incontro; lei ha la possibilità di accettare un nuovo lavoro per il governo francese, che le porterebbe un non indifferente miglioramento economico. Eppure, Jesse vorrebbe tornare a Chicago per avvicinarsi a suo figlio, per il quale sente di non essere stato un buon padre. Durante una vacanza nel Peloponneso, mentre i due sono ospiti di un famoso scrittore del luogo, inizieranno le prime tensioni, risultato di aspirazioni che vanno in direzioni opposte.

Sfaccettata e multiforme, cangiante come il tempo che passa e fa accumulare rughe sul volto dei due protagonisti, la storia di Jesse e Céline si scontra qui, direttamente, con la maturità e le sue sfide. Se l’incontro di Prima dell’alba aveva i toni della promessa romantica (che tuttavia conteneva già, in sé, il germe della sua impossibilità a essere mantenuta) e il successivo ritrovamento di Before Sunset – Prima del tramonto era un’avventura che aveva appena cominciato a confrontarsi con la realtà, qui il realismo è la cifra tematica – e stilistica – principale. Fedele al suo modo di mettere in scena le storie, e al suo seguire passo passo i personaggi (cogliendone appieno le più piccole variazioni di postura, espressività e tono di voce) Richard Linklater qui non ha più bisogno del “tempo reale” del film precedente: quella che il regista mostra è una finestra temporale colta in media res, uno scorcio di vacanza di cui viene solo riassunto l’inizio. Un normale racconto familiare, insomma, nato da un sogno romantico, perpetuato e perseguito con tenacia e trovatosi ora al banco di prova della vita.

Fanno di nuovo i conti col tempo e con la sua capacità di trasformare e trasformarsi, i due protagonisti di Before Midnight, ma il loro sguardo stavolta è rivolto anche al passato. Quel passato che ha visto il figlio di Jesse crescere lontano da suo padre, e che l’uomo vorrebbe a tutti i costi recuperare; quel passato che ha divorato la passione per la musica di Céline, accantonata quasi senza che la donna se ne accorgesse. Il tono è ancora improntato a un’ingannevole levità, ma la tensione è sempre lì in agguato, pronta a scatenarsi; e infatti basta una parola di troppo (o di meno) a innescare la crisi. Eppure, il gioco del tempo imporrà a entrambi dei compromessi, la flessibilità, la capacità di accogliere l’imperfezione e la propria stessa natura difettosa. Magari anche barando un po’, recuperando il “trucco” di quella capsula temporale con la quale Jesse, in un 1994 ormai lontano, aveva convinto una ragazza praticamente sconosciuta a scendere da un treno. La capsula torna, e il cerchio si chiude, emozionando ancor più proprio per la tranquilla mimesi con la vita che vediamo dipanarsi sullo schermo. E non a caso il successo dei due precedenti film si identifica (in un gioco metatestuale di grande raffinatezza) con quello dei libri di Jesse. Raramente lo scorrere del tempo, al cinema, si è identificato tanto con l’esperienza al di qua dello schermo. L’emozione, anche se non sfacciata, è praticamente inevitabile.

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