Boyhood

Boyhood

È un regista abituato a lavorare con (e sul) tempo, Richard Linklater. I temi della crescita, della maturità e dell’inquietudine per il futuro – personale e collettivo – così come la tendenza a riprendere a distanza di anni i suoi personaggi per seguirne l’evoluzione (si veda il trittico costituito da Prima dell’alba, Before Sunset – Prima del tramonto e Before Midnight) sono motivi che hanno attraversato trasversalmente tutta la sua filmografia; questo Boyhood, tuttavia, rappresenta un passo in più, che in qualche modo contiene la summa, se non di tutta la carriera del regista, almeno di una sua importante fase. Un film che aspira a replicare la vita nel suo farsi, in modo tanto fedele da essere mimetico: girato nel corso di dodici anni, dal 2002 al 2013, il film di Linklater segue la crescita di Mason (e del suo interprete Ellar Coltrane) da bambino di sei anni a giovane adulto, attraverso i travagliati rapporti con sua sorella Sam (interpretata da Lorelei Linklater, figlia del regista), con la tenace madre Olivia, con l’incostante ma pieno di attenzioni padre, Mason sr., separato anni prima da sua moglie; seguiamo così le peripezie della famiglia tra i molteplici traslochi, i nuovi e poco raccomandabili compagni di Olivia, i rivolgimenti politici dell’America tutta, e l’inquietudine di un ragazzino – e dei suoi cari – alla costante ricerca di un suo posto nel mondo.

È davvero un film bigger than life, Boyhood, che a tratti straripa letteralmente di temi, suggestioni, contrasti, gioie e delusioni, amori e odii; ma lo fa col passo e il tempo della vita vera, senza cercare il crescendo e la sublimazione del climax, senza puntare sull’epica del racconto americano, che pure la sua particolare conformazione (ed estensione) suggerirebbe. La grandezza del cinema di Linklater sta nel suo saper cogliere il respiro del quotidiano senza diventare minimalista, nella sua capacità di essere anche crudo (il personaggio del secondo marito di Olivia è uno dei più respingenti che sia capitato di vedere sullo schermo di recente) senza per questo indugiare in scene madri, o in un’insistita poetica della sofferenza. Sta, anche, nel suo saper essere politico – a tratti in modo dirompente – senza affrontare direttamente temi politici, ma anzi andando a mettere il dito nelle contraddizioni di un paese, e di un popolo, attraverso il quotidiano dei suoi personaggi: quello di un padre che convintamente si oppone al disastro dell’avventura irachena, che sostiene il primo presidente afroamericano della storia, ma che poi non batte ciglio quando i retrogradi (nuovi) suoceri regalano una Bibbia e un fucile a suo figlio; quello di un ex veterano capace di sembrare empatico e farsi benvolere dalle popolazioni a cui andava a rubare (per sua esplicita ammissione) il petrolio, ma poi rivelatosi meschino ed egoista con la sua nuova famiglia.

Non c’è il crescendo e la catarsi, nella vita reale, non ci sono fasi dell’eroe, ma solo fasi della vita: e quelle Linklater le sa cogliere magistralmente, probabilmente meglio di chiunque altro. Non è detto che la delusione di un figlio che contava sulla vecchia auto di famiglia – ora venduta – come regalo per il sedicesimo compleanno divenga oggetto di un drammatico chiarimento tra padre e figlio; e non è detto che quel padre non sappia anche essere altro, oltre al genitore distratto ivi dimostratosi. Non è detto che una madre che rinuncia praticamente a se stessa per crescere i figli venga ricompensata, o trovi una qualche forma di sollievo dall’inquietudine e il senso di vuoto che la attanagliano alla loro partenza; e non è neanche detto che il suo prossimo matrimonio sarà meno fallimentare degli ultimi. Non c’è nessun happy ending, in Boyhood, ma a ben vedere non c’è proprio un ending di nessun genere: il racconto poteva andare avanti per altri dodici anni – o più – senza che lo spettatore cogliesse nessuna lungaggine o prolungamento artificiale della narrazione. Ci sono i sentimenti, semmai, nel senso più alto e onnicomprensivo del termine; e quelli sono sempre in primo piano. Ma la loro resa cinematografica rifugge dall’enfasi, si arricchisce del coacervo emotivo della realtà, si fa contemporaneamente esplicita (nell’insistenza sui primi piani, su campi e controcampi, su movenze corporee tanto involontarie nella diegesi quanto in realtà ben studiate) e implicita nell’assenza di enfasi verbale e cinematografica.

È l’attimo che coglie te, non il contrario”, viene detto in un eloquente passaggio del film: qui gli attimi sono tanti, diluiti in più di mezza vita di un individuo. L’invito del regista sembra essere quello di farsi riempire davvero da questi frammenti di vita, restandoci dentro, cogliendone il respiro e le contraddizioni. Non è difficile, perché quello di Linklater è cinema tanto pieno tematicamente, quanto popolare nel suo approccio allo spettatore: la vicinanza a chi guarda sta nella sua capacità di essere accolto e decodificato in modo immediato, nella sua semplicità e complessità insieme, nel suo sguardo composito come nell’estrema facilità di identificazione e rispecchiamento per larghe fasce di pubblico. Finite le due ore e tre quarti di Boyhood, non si è affatto stanchi, ma anzi se ne vorrebbe di più. Ed è questo l’unico vero (e paradossale) limite di un film che si segnala già come uno dei più importanti del decennio che volge al termine.

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