Dafne

Dafne recensione

Dafne

Il film sarà proiettato sabato 31 luglio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Tra i tanti tipi di disabilità/diversità che il cinema ha finora trattato, quello della Sindrome di Down è forse il meno frequentato, certo il più difficile da affrontare. Forse in quanto tuttora oggetto di stigma, di stereotipi e (fino a non molto tempo fa) di grossolana ironia abilista, questa condizione – come l’autismo non una malattia, seppur certamente una forma di disabilità – è rimasto un terreno quasi vergine per la Settima Arte: la sua trattazione è rimasta al più tema “collaterale” da inserire in racconti di altro genere (vedi il fantascientifico L’acchiappasogni, tratto da un romanzo di Stephen King), strumento narrativo funzionale alla descrizione di altre tematiche. Ha fatto eccezione, circa venticinque anni fa, il pionieristico L’ottavo giorno di Jaco Van Dormael, che tuttavia trasfigurava la condizione in un racconto dal taglio onirico e quasi fantastico; e fa eccezione anche, nel 2019, questo Dafne, in cui il regista Federico Bondi sceglie un tono diametralmente opposto a quello del collega belga.

Il film di Bondi, di fatto – presentato prima alla Berlinale 2019, poi approdato in sala in occasione della Giornata Mondiale della Sindrome di Down, ha forse come unico punto in comune con L’ottavo giorno il fatto di affidare il ruolo principale a un’interprete davvero portatrice di detta condizione: parliamo qui, della trentacinquenne e bravissima Carolina Raspanti, a detta del regista vero e proprio alter ego della protagonista. Dafne/Carolina è una giovane donna Down autonoma, dal carattere forte e positivo; la ragazza, impiegata in un supermercato, è circondata dall’affetto dei suoi familiari, e dall’amicizia e stima dei colleghi. Ma il lutto, inatteso, è lì dietro l’angolo: la madre di Dafne, infatti, muore improvvisamente, precipitando il padre nel vortice della depressione più nera e lasciando la giovane sola, a fronteggiare un senso di perdita che sarebbe difficile da gestire per chiunque. Contro tutte le attese, sarà proprio Dafne a prendere in mano le redini della situazione: la ragazza convincerà suo padre a intraprendere un viaggio verso il paese natale della donna scomparsa, per una vacanza che si rivelerà terapeutica e rigenerante per entrambi.

Dal tono lieve quanto realistico, apparentemente scarno quanto in realtà complesso e pregnante nei temi affrontati (che partono dalla Sindrome, ma si spingono molto oltre), Dafne resta saldo su un terreno per sua natura scivoloso, a forte rischio di retorica, pietismo e ricatto emotivo. Per fortuna, Federico Bondi – regista qui al suo secondo lungometraggio – evita queste trappole, col semplice, essenziale racconto di un pezzo di vita dei due protagonisti, e di un viaggio che si rivelerà più straordinario – nella sua apparente ordinarietà – di quanto forse loro stessi avevano previsto. La macchina da presa resta attaccata ai due personaggi in tutte le fasi del loro percorso (fisico ed emotivo), li scruta facendo parlare i loro volti e i loro corpi, scegliendo i (pochi) momenti giusti per evidenziare la sua presenza, e restando in disparte, in apparenza senza peso, per il resto del tempo. Le prove attoriali di Carolina Raspanti e dell’altrettanto bravo Antonio Piovanelli ne vengono ovviamente esaltate. I due reggono da soli il peso del film per gran parte della sua durata: l’ottimismo energico, la positività concreta e vulcanica di Dafne si contrappongono al depresso, muto realismo di suo padre Luigi; ma, anziché collidere, i due approcci si rivelano complementari, evolvendo e “insegnando” molto l’uno all’altro.

Così, da semplice racconto di una disabilità, Dafne diventa (in)quieto resoconto di una frazione di vita di un padre e di una figlia, entrambi unici, capaci non solo di entrare in comunicazione e in empatia a un livello più profondo di quanto un “normale” rapporto padre/figlia possa mai fare; ma capaci altresì di affrontare, insieme, un dolore muto, innominabile eppure sempre lì presente, come un incorporeo fantasma che riempie di sé ogni fotogramma e ogni passo del viaggio dei due. A guardare in faccia il dolore, e a dargli un nome (e un luogo d’elezione, una destinazione) sarà proprio Dafne, donna rocciosa dietro un corpo fragile, un volto da bambina e un’anomalia cromosomica che, lungi dal frenarla, ne stimola piuttosto tenacia e resilienza. Tutto questo arriva allo spettatore in modo limpido, privo di artifici, fiducioso solo nella forza del racconto per immagini e nella naturale chimica tra i due interpreti. Una limpidezza e compostezza – e un equilibrio – che restano merce più che mai rara in un cinema italiano impegnato che spesso promette, ma raramente (e questo è uno di quei casi) si rivela poi all’altezza delle sue ambizioni.

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