Disconnect

Disconnect recensione

Disconnect

Il film sarà proiettato sabato 3 luglio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Tre storie intrecciate, quelle di Disconnect, legate dal filo conduttore della Rete. Nina Dunham è una giornalista giovane e ambiziosa, che punta a fare lo scoop della sua vita quando entra in contatto con Kyle, diciottenne che lavora per un’agenzia clandestina di spogliarellisti online, che recluta anche minorenni per farli esibire in videochat. Due adolescenti, Jason e Frye, inventano su Facebook Messenger un profilo di nome “Jessica Rhony”, e iniziano con questo a chattare col timido Ben, il figlio di Rich, avvocato che lavora per la stazione televisiva di Jessica. Ben ha un carattere solitario e passa il suo tempo componendo musica; i due lo convincono a inviar loro una sua foto di nudo. Appena questi accetta, la foto inizia a circolare nella scuola, annichilendo Ben che tenta il suicidio impiccandosi, e finendo in coma. Una giovane coppia di sposi, Derek e Cindy, non hanno mai superato la tragedia della morte del figlio, avvenuta anni prima; mentre il marito è fuori per lavoro, Cindy cerca conforto in un gruppo online di supporto, stabilendo un’amicizia particolare con un uomo che ha perso la moglie. Poco dopo, la carta di credito dei due viene clonata e il loro conto svuotato. I due assumono il padre di Jason, ex poliziotto e detective privato, che conclude che il contatto di Cindy è il responsabile del furto; ottenuti i dati dell’uomo, Derek decide di affrontarlo da solo.

Ha un titolo esplicito, Disconnect, dramma virato in thriller che vuole esplorare le disfunzioni dell’uso di internet, e il potere di quest’ultima di disconnettere tra loro – in modo drammatico – le persone, anziché avvicinarle. Le tre storie sono tutte paradigmatiche di un certo modo di intendere l’uso della Rete, come surrogato anziché integrazione dei contatti umani, e come potenziale veicolo di rovina per chi ne resta coinvolto. Detta così, può sembrare una parabola morale (e un po’ moralista) sugli eccessi e i rischi della tecnologia, ma il film di Henry Alex Rubin – presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2012 – punta in realtà più in alto, a un’analisi antropologica della modernità di cui l’uso distorto di internet non è che uno dei tanti aspetti. La Rete infatti moltiplica (e non genera) la solitudine di Ben, quindicenne con cui i genitori non riescono a stabilire un reale contatto, e che viene lasciato solo anche da sua sorella maggiore; internet è d’altro canto il luogo in cui lo sbandato Kyle ha trovato una sua dimensione di vita, pur disfunzionale, che viene messa in crisi dall’ambizione della giornalista Nina; ed è infine una presenza umana, pur se dall’identità non definita, quella che mette in atto la truffa ai danni di Derek e Cindy, che si serve della sua abilità informatica per colpire laddove c’è già una debolezza in atto.

La sceneggiatura di Disconnect frammenta e alterna segmenti delle tre storie, con una struttura che ricorda un po’ il primo Alejandro González Iñárritu, esplorando – anziché le logiche del caso e del destino come faceva quest’ultimo – le degenerazioni della società umana, i cui effetti uniscono con un fil rouge tutti i personaggi delle tre storie, nessuno realmente colpevole, nessuno fino in fondo innocente. Personaggi in chiaroscuro, le cui ombre partono dai rapporti familiari, da un padre dal fare militaresco che accentua la solitudine di suo figlio e lo fa deragliare proprio nel delicato periodo dell’adolescenza, da un’incapacità di comunicazione – nel caso della famiglia di Ben – che il ragazzo dà ormai per scontata, da una difficoltà di un dialogo franco e di una vicinanza tra marito e moglie che permettano non di superare, ma almeno di cominciare a guardare in faccia la tragedia della perdita di un figlio. A ben vedere, i personaggi del film erano disconnessi e ridotti ad atomi già prima che l’intervento della Rete, cura che si rivela peggiore del male, subentrasse ad aggravarne la situazione. Solo il reale contatto umano – anche traumatico, anche (e soprattutto) conflittuale – può dare quel minimo di speranza in una nuova possibile empatia, in uno scambio di esperienze che stavolta ha nella fisicità (anche quella di una rissa, persino quella di un fucile puntato contro) il suo elemento principale. Coerente con se stesso, Disconnect non garantisce niente, in un questo senso, con tre finali parimenti aperti. Ma bisogna accontentarsi, consapevoli che da qualche parte tutti i personaggi, adulti e adolescenti, vittime e carnefici, salvatori improvvisati e prede inconsapevoli, dovranno pur ripartire.

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