Eighth Grade

Eighth Grade

Se l’adolescenza, e l’ambiente liceale, sono da sempre un terreno d’esplorazione fertile per il cinema – specie per quello americano – di volta in volta declinati nei toni della commedia o del dramma, meno attenzione, in genere, è stata storicamente dedicata a un momento altrettanto fondamentale nello sviluppo dell’individuo, come quello della preadolescenza. Una “finestra temporale” breve e cruciale, tale da segnare un primo importante step per la consapevolezza e la formazione dell’identità individuale; un periodo che, anche laddove è stato portato sullo schermo, raramente si è accompagnato a un’esplorazione precisa e sistematica dell’ambiente scolastico, e dei rapporti che l’individuo stabilisce con esso. A rimediare a questa carenza (che comunque ha visto, storicamente, altre importanti eccezioni) troviamo questo Eighth Grade: un lavoro che già dal titolo (che indica, nelle scuole americane, l’ultimo anno delle medie) si propone di analizzare quel delicato momento di passaggio, nella percezione del sé come nel rapporto con l’ambiente, che segna l’uscita dall’infanzia e l’ingresso nella stagione dell’adolescenza.

Film indipendente, diretto dal comico Bo Burnham al suo esordio nella regia cinematografica, Eighth Grade è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival del 2018, e successivamente ai festival di San Francisco e Seattle, raccogliendo da subito un gran numero di consensi critici. La vicenda della tredicenne Kayla, nella sua semplicità, ha funzionato evidentemente come una boccata d’aria fresca in un panorama indipendente asfittico, che troppo spesso ha smarrito quell’autenticità (ma anche quella fondamentale dose di semplicità) che dovrebbe caratterizzare il racconto di storie quotidiane. E di quotidiano, il film di Bo Burnham ha tanto, nel suo carattere da un lato autobiografico (il regista ha ammesso di aver inserito molto del suo vissuto nel personaggio della giovane protagonista), dall’altro di spaccato quasi antropologico della cosiddetta “Generazione Z”, quella cresciuta con i social media e con le loro modalità comunicative. Una delimitazione, quella generazionale, più che mai problematica, vista la velocità ormai vorticosa dell’evoluzione dei mezzi come delle conseguenti mode: è significativo, a questo proposito, il divertente dialogo in cui un ragazzo liceale dice che Kayla è di un’altra generazione perché “ha avuto Snapchat già in quinta elementare”.

Personaggio in lotta perenne con un’ansia quasi paralizzante, che si muove in una giungla che non è ancora quella del liceo, ma inizia ad assumerne sempre più i connotati, Kayla (interpretata in modo perfetto dalla giovanissima Elsie Fisher) dà praticamente “del tu” ai mezzi tecnologici, si muove in modo disinvolto tra Instagram, Twitter e Youtube, alimentando su quest’ultimo un suo personale canale, in cui elargisce consigli ai suoi coetanei su autostima e motivazione. Proprio la tecnologia, guardata dal film con occhio neutro, come un dato di fatto su cui non è utile esprimere giudizi di merito, è per Kayla canale di ingresso al mondo dei suoi coetanei quanto rassicurante bolla, surrogato di socialità e contemporaneamente possibile strumento di crescita. Computer e cellulare sono come protesi per il corpo della giovane protagonista (e non solo per il suo), elementi quasi inscindibili dal suo agire: l’impressione, tuttavia, è che gli strumenti tecnologici restino appunto dei meri strumenti, canali comunicativi (o anche, spesso, di autoesclusione) che semplicemente vanno a sostituire i mezzi che erano a disposizione delle generazioni precedenti. Esplorare la “Generazione Z”, per il regista, significa semplicemente testimoniare come le problematiche adolescenziali e preadolescenziali (universali e atemporali) si possano incanalare in una logica social e di perenne interconnessione.

Nonostante il suo acuto sguardo sull’universo dei social network, e sul loro uso da parte del mondo giovanile, Eighth Grade resta comunque un’opera dal taglio piccolo, sostanzialmente intimo, che vive del volto intenso e spesso dolente della sua protagonista; un volto che esprime una vitalità silenziosa, tranquilla e inquieta insieme, quella di una tredicenne alla ricerca del suo posto al sole, stretta tra un padre single che si sforza come può di penetrare il suo mondo, e un universo dei coetanei che è attraente e respingente nella stessa misura. La sceneggiatura non ha paura a trattare in modo esplicito (a volte sconfinando volutamente nel grottesco) il motivo dell’avvicinamento della protagonista alla sfera sessuale: ma c’è un realismo e un tono affettuosamente complice, quello di chi non ha evidentemente dimenticato il misto di inestricabili emozioni che caratterizzano quella fase, che tiene il tutto ben al di qua dell’autocompiacimento e della volgarità. Al termine del film, si resta con la sensazione di aver assistito nient’altro che a un piccolo scorcio nella vita di un essere umano: senza un vero finale, con l’intensità variabile, gli alti e bassi, gli auspici e le delusioni, di un pezzo di vita vera.

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