Fuga dalla scuola media

Fuga dalla scuola media

Forse se l’aspettava, la piccola Dawn Wiener, che l’ingresso alla scuola media per lei sarebbe stato particolarmente traumatico. Forse la ragazzina era anche in qualche modo preparata a ciò che l’aspettava, visto che già la vita a casa, per lei – con due genitori distratti e due fratelli non particolarmente affettuosi – non è che sia stata proprio una passeggiata. Eppure, l’accoglienza che Dawn trova è di quelle che traumatizzerebbero chiunque, specie se si hanno 12 anni, un’apparenza grassoccia e dimessa, una bassa autostima e problemi di socializzazione: il suo cognome storpiato e deriso scritto sull’armadietto (“wiener-dog”, ovvero bassotto), le angherie della banda di bulli e della ragazzina dall’aspetto depresso – in realtà gelosissima per una cotta non ricambiata -, l’esile compagno di scuola deriso e bullizzato che, quando lei interviene in sua difesa, la ripaga insultandola a sua volta. Tempi duri, quando non si è più proprio bambini ma non si è ancora neanche entrati nell’agone dell’adolescenza: specie se anche il mondo adulto, intorno a te, sembra menefreghista nella migliore delle ipotesi, ostile nella peggiore.

Fuga dalla scuola media (in originale Welcome to Dollhouse, dal titolo della canzone che il bello e irraggiungibile Steve suona nel garage con la band del fratello di Dawn) è una delle pellicole che hanno segnato l’estetica e l’immaginario di certo cinema indipendente anni ’90. Vincitore nel 1996 al Sundance Film Festival, il film di Todd Solondz è tuttavia lontano dal manierismo che tanti suoi epigoni avrebbero espresso di lì a pochi anni: al contrario, siamo di fronte a uno dei più dolci e al tempo stesso crudeli e realistici coming of age che il cinema di quegli anni abbia espresso. Si sorride, nel film di Solondz, perché è impossibile non sorridere mai quando si hanno 12-13 anni, specie se si ha un’attitudine positiva e reattiva – a dispetto delle avversità incontrate – come la giovanissima protagonista. Tuttavia, l’affresco della preadolescenza che il film offre, ma anche quello della gretta e vuota realtà di provincia, in cui l’entusiasmo maggiore è festeggiare i 20 anni di matrimonio con una deprimente celebrazione in giardino, e una tragedia come il rapimento di una figlia diventa immediatamente occasione per mettersi in mostra in televisione, sono di una radicalità e di un pessimismo rari.

È un’outsider a tutto tondo, Dawn Wiener (interpretata in modo perfetto da una Heather Matarazzo che poi avrebbe fatto ancora parlare di sé), non solo tra i suoi coetanei – in fondo i più incolpevoli – ma anche nel macrocontesto della comunità di cui fa parte. A cominciare dalla famiglia: la foto che apre il film, con i volti ritratti e la macchina da presa che lentamente stringe sulle fattezze della ragazzina, è in questo senso molto esplicita. È stupefacente la precisione chirurgica dello sguardo del regista nel cogliere in Fuga dalla scuola media le piccole dinamiche del microcosmo adolescenziale e preadolescenziale, la logica della crudeltà che non è mai unidirezionale (come troppe volte il cinema ci ha fatto credere) ma sempre sfumata e complessa, capace di trasformare le vittime in carnefici (e viceversa) nello spazio di un attimo. Il piccolo bullo Brandon, probabilmente la persona più vera, insieme alla stessa Dawn, in questacasa di bambole da incubo, si rivela capace di momenti di incredibile dolcezza; mentre la stessa protagonista riesce a essere volutamente e gratuitamente crudele, annichilendo l’ex amico Ralphie. La solidarietà tra i deboli – categoria che in questo caso si dovrebbe identificare coi ragazzini tout court – purtroppo non abita da queste parti.

Il film di Solondz, regista che poi avrebbe ripreso il personaggio di Dawn Wiener nei successivi Palindromes e Wiener-Dog, accarezza e poi colpisce duro, fa sorridere per poi ingenerare autentica rabbia, riempie di sentimenti contrastanti come la complessa geografia umana che disegna. A circa tre quarti della durata di Fuga dalla scuola media, il regista si rivela crudele quasi quanto i suoi personaggi, facendo sperare in un’evoluzione e in una risoluzione dei conflitti – conseguentemente a uno degli eventi chiave della sceneggiatura – che poi semplicemente non arrivano. Anzi: la grettezza e la gratuita crudeltà del mondo che circonda la protagonista trovano un’ulteriore, amarissima conferma. Forse la fuga, magari verso New York, inseguendo sogni di gloria o solo un’umanissima speranza di considerazione, sarebbe per Dawn davvero l’unica soluzione auspicabile. Comunque, meglio che diventare un’altra bambola, a cui magari prima o poi qualcuno taglierà la testa, quando il gioco si è fatto ormai troppo noioso.

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