Il faro delle orche

Il faro delle orche recensione

Il faro delle orche

Il film sarà proiettato sabato 7 novembre all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Peto è un uomo solitario, apparentemente felice del suo isolamento. Guardiano di un faro nell’estremo sud della Patagonia, l’uomo vive separato da tutti, e sembra avere un rapporto privilegiato con le orche selvatiche che popolano la baita. Quando alla sua porta si presenta Lola, una madre arrivata dalla Spagna con suo figlio autistico Tristan, Peto è inizialmente infastidito dalla presenza dei due; l’uomo è infatti convinto che quello non sia luogo per gente di città, tantomeno per un bambino con una disabilità. Lola ha condotto suo figlio fin lì dopo che la visione di un documentario del National Geographic, in cui si vedeva Peto accarezzare le orche, aveva provocato nel bambino un’inattesa reazione di gioia. Le iniziali resistenze di Peto, tuttavia, vengono rapidamente superate quando l’uomo riesce a stabilire una singolare forma di connessione col bambino, che resta da subito affascinato dallo spettacolo delle orche e dall’empatia che il guardiano ha stabilito con loro. Forse, il viaggio di Lola da Madrid alla Patagonia non è stato del tutto inutile.

Si affida molto al fascino delle sue scenografie, Il faro delle orche, storia di un incontro tra tre persone che si ritrovano trasformate dal contatto reciproco, e da quello di ognuna di loro con la natura selvaggia. Peto è scontroso, respingente, ma intuiamo – attraverso una foto lasciata casualmente cadere a terra – che il suo passato non è stato sempre solitario; Lola è determinata e riesce a fare breccia nella dura scorza dell’uomo con la sua risolutezza e la sua dedizione alla cura del figlio; Tristan è un bambino autistico non verbale, che non riesce a esprimere quelle emozioni che tuttavia covano dentro, a volte lasciate trasparire da un gesto o da una stereotipia. Sullo sfondo c’è la natura, e la sua ambivalenza di generatrice di vita e di dispensatrice di morte laddove ciò si rende necessario ai suoi equilibri: la prima scena di vita marina mostrata da Peto a Tristan è la caccia, la cattura e l’uccisione di un leone marino da parte di un’orca. “La natura è crudele, a volte”, come affermato dal guardiano, e il tono sostanzialmente edificante del film di Gerardo Olivares non cancella questo semplice concetto.

Il faro delle orche esplora sia le dinamiche del contatto di una donna di città – e di un figlio che deve trovare una sua connessione col mondo – con un ambiente selvaggio e incontaminato – ma proprio per questo, a suo modo, rigenerante – sia l’avvicinamento progressivo tra due individui (Peto e Lola) che si scoprono più affini di quanto non credessero all’inizio. L’autismo del piccolo Tristan è mostrato senza edulcorazioni, senza nasconderne i lati più problematici (si veda l’episodio della crisi alla festa di paese) ma sfruttando l’espressività del giovanissimo Joaquín Rapalini per un ruolo privo di dialoghi, da modulare solo col linguaggio facciale e quello del corpo. Il film di Olivares – che chiude una trilogia del regista sul rapporto uomo-natura, iniziata con l’inedito Entrelobos (2010) e proseguita con Abel – Il figlio del vento (2015) si mantiene in buon equilibrio tra il dramma sentimentale, il film sulla disabilità, e l’afflato avventuroso di un’opera che vuole raccontare il fascino di un mondo incontaminato con tutti gli stilemi del film per famiglie. Un equilibrio che Il faro delle orche raggiunge senza affanni, ma anche senza il buonismo che caratterizza molte produzioni analoghe; ne è prova l’intelligente finale, capace di emozionare senza eludere quel realismo e quella credibilità che il film mantiene per tutte i suoi 110 minuti di durata.

Condividi questo post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Ogni sabato pomeriggio per vedere un film, discuterne e passare del tempo insieme