Il fascino indiscreto dell’amore

Il fascino indiscreto dell'amore

Il fascino indiscreto dell’amore

Il film sarà proiettato sabato 11 gennaio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Da un’Amélie all’altra, dalla Francia al Giappone passando per la terra belga. Da un favoloso mondo, quello che era stato raccontato da Jean-Pierre Jeunet nel film omonimo, a un mondo idealizzato che vuole confrontarsi con la realtà, forte della capacità di immaginare dei 20 anni della protagonista. È principalmente un’omonimia – lo specifichiamo – quella tra l’arcinota protagonista del film di Jeunet interpretata da Audrey Tatou, e l’alter ego della scrittrice Amélie Nothomb, dal cui romanzo autobiografico Né di Eva, né di Adamo è stato tratto questo Il fascino indiscreto dell’amore; eppure, nelle soluzioni visive adottate, nei quadretti surreali, nelle parentesi oniriche e nei tableux vivants che vivificano (e a volte turbano) l’immaginazione della giovane protagonista, sembra che il regista Stefan Liberski occhieggi più volte al film di Jeunet. Ma se l’estetica dei due film mostra qualche punto di collegamento, è bene dire che l’ottica di partenza, quella che Liberski ha mutuato dal libro originale, è abbastanza distante: questa Amélie, nel suo mondo vuole viverci, anziché trasfigurarlo con l’immaginazione. O meglio: il suo Giappone idealizzato vuole abitarlo davvero, presumendo che la sua versione reale corrisponda a quella che sognava fin da bambina. A ben vedere, il personaggio interpretato da Pauline Étienne, forse, è anche più ingenuo della sua omonima.

La Amélie del film di Liberski è belga ma è nata in Giappone, da genitori belgi tornati in patria con lei quando aveva soltanto 5 anni. Da allora, la nostalgia confusa e sognante del Giappone non l’ha mai abbandonata; il suo sogno (non tanto) segreto, coltivato dall’infanzia fino a oltre l’adolescenza, è sempre stato quello di diventare una vera giapponese. Così, arrivata a 20 anni, Amélie prende un biglietto di sola andata per Tokyo e si stabilisce armi e bagagli nella capitale nipponica. Il suo iniziale mezzo di sostentamento sono le lezioni di francese; quando trova il suo primo allievo, un timido coetaneo di famiglia benestante, nasce immediatamente un’amicizia che presto sfocia in amore. Rinri, questo il nome del ragazzo, conduce Amélie alla scoperta di Tokyo, tra luoghi noti e meno noti, alla scoperta del Giappone più lirico e di quello più triviale. Lui ama i film di yakuza ed è affiliato a una non meglio identificata “associazione segreta”: Amélie è intrigata ma anche un po’ spaventata. Forse, però, l’eventuale affiliazione criminale del giovane non sarà neanche il problema principale del loro rapporto.

Il fascino indiscreto dell’amore (elaborato titolo italiano per l’originale, più calzante Tokyo Fiancée) si muove sul doppio binario dell’incomunicabilità culturale, come una sorta di Lost in Translation che coinvolge entrambi i protagonisti, e della faticosa, accidentata costruzione di una relazione tra due individui che non hanno ancora trovato il loro posto nel mondo. Due dimensioni che si compenetrano e si intersecano (a volte scontrandosi) lungo tutto il film. Rinri è goffo, non fa che scusarsi, sembra aderire perfettamente allo stereotipo del giapponese trattenuto e razionale, salvo poi scoprire un mondo emotivo quasi dirompente; Amélie è solo apparentemente più sicura di sé, di quella sicurezza adolescenziale destinata man mano a sfaldarsi, parallelamente alla scoperta di un mondo con più sfaccettature e zone d’ombra di quelle immaginate. I due ragazzi si trovano ed entrano in sintonia, ma i tempi non sono sempre quelli giusti; nel loro ballo, a un passo avanti dell’uno corrisponde sempre quello indietro dell’altra (e viceversa). Una distanza che non si esaurisce con l’incapacità di parlare la stessa lingua e la sotterranea, sempre più avvertibile sensazione di estraneità sviluppata da Amélie nel nuovo contesto.

A tratti anche Stefan Liberski sembra faticare in questo Il fascino indiscreto dell’amore a trovare la giusta distanza dai suoi personaggi, partecipando in questo, in un certo senso, alla loro singolare danza; ma forse il suo è un modo di disorientare lo spettatore, rendendolo partecipe dello stesso spiazzamento dei suoi due personaggi, tanto affini eppure così incapaci di trovarsi. Quando lo spiazzamento è eccessivo e rischia di travolgere, ci pensano i sogni a occhi aperti di Amélie (di matrimoni e yakuza e dita tagliate) a mettere in scena il non detto che si agita nella mente della ragazza; oppure un viaggio rigenerante sul Monte Fuji, con una strega malvagia letteralmente cacciata e invitata a ritornare più tardi – magari tra qualche centinaio di anni. Allontanata, per il momento, la morte, si può (ri)pensare all’amore; il rischio però è quello di scoprire che la sua essenza può essere, incredibilmente, ancor più effimera e inafferrabile. E tuttavia capace di fare male come qualcosa di eccezionalmente concreto. Più sfacciato che indiscreto, forse.

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