Il filo nascosto

Il filo nascosto recensione

Il filo nascosto

Il film sarà proiettato sabato 8 febbraio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Amore e potere. Due dimensioni intimamente connesse, nella visione che di esse dà Il filo nascosto, tuttora ultimo lavoro (datato 2017) di Paul Thomas Anderson. Un film che ha segnato un deciso cambio di ambientazione rispetto al precedente lavoro del regista americano (quel Vizio di forma che prendeva di petto gli anni ’70 americani) ma che di nuovo fa della sua ambientazione storica parte integrante del suo fascino. In realtà, nell’ultimo film di Anderson lo sfondo è quasi totalmente quello, arioso e maestoso, eppure a suo modo claustrofobico, della residenza del protagonista interpretato da Daniel Day-Lewis: lui si chiama Reynolds Woodcock ed è uno stilista di grande successo, dalla personalità maniacale e tesa a esercitare il controllo su ogni aspetto della sua vita; il setting è quello della Londra del secondo dopoguerra. Dopo aver allontanato una lunga serie di amanti, invariabilmente stanche della sua mancanza di attenzione e dell’ossessione esclusiva verso il suo lavoro, Reynolds incappa in Alma Elson, l’unica che a quelle mancanze sembra capace di resistere. O addirittura di reagire. I risultati saranno imprevedibili.

Per quella che è a tutt’oggi l’ultima sua interpretazione (e che tale resterà, se l’attore manterrà il suo proposito di ritirarsi dalle scene), Daniel Day-Lewis tratteggia un personaggio complesso, incredibilmente sfaccettato, sul cui volto si colgono la vertigine del desiderio e quella della morte. La morte, d’altronde, è una dimensione che accompagna costantemente il personaggio, che non lo lascia mai, incarnata com’è in quel ricordo di sua madre cucito nell’abito, che lo viene costantemente a trovare nei sogni; una dimensione che trova la sua ideale corrispondenza nel personaggio dell’amata Alma, che riesce a cogliere l’intima necessità di esplicitarla e di sondarne la vertigine. Non è un caso il nome della donna, traducibile con la parola anima; tra le tante amanti di Reynolds, “scapolo impenitente” a suo modo perché dedito al bene di lusso più grande – quello della produzione di abiti perfetti – questa sarà l’unica che riesce a completarlo. Perché capace di utilizzare lo stesso suo strumento (quello del potere) per riequilibrare il rapporto e permettere a entrambi di trovare, in una relazione comunque atipica, i propri tempi e spazi.

Il personaggio del protagonista de Il filo nascosto mostra chiaramente i tratti dello spettro autistico, sia nella sua dedizione totalizzante a un “interesse speciale” che è diventato lavoro, sia nella ferrea gestione della sua routine, che non ammette deviazioni o interruzioni esterne. Non staremo qui a elencare tutti gli elementi che sostanziano la presentazione di Reynolds come Asperger; resta comunque, quello interpretato da Daniel Day-Lewis, un carattere sui generis, che certo non esaurisce nei suoi tratti autistici le sue peculiarità, ma semmai si appoggia a questi per renderle più visibili. Un personaggio che, come spesso capita nello spettro autistico, alterna l’aggressività respingente – e l’ossessione per il controllo – a una spinta anarcoide e nichilistica che implica l’esatto opposto della sua personalità, ovvero la perdita totale di controllo e l’abbandono passivo alle cure altrui. Woodcock, con Alma, diventa alternativamente padre-padrone (dei più crudeli) e bambino indifeso; solo una personalità altrettanto sui generis – seppur meglio mascherata – come quella dell’amata, poteva riuscire a scalfire la scorza dell’uomo e trovare la chiave per far breccia nel suo modo di essere.

Il rapporto tra i due protagonisti de Il filo nascosto si configura, in fondo, come una sorta di relazione BDSM senza la dimensione (esplicita) del sesso, ma altrettanto incentrato su un’alternanza tra dominazione e sottomissione. Due dimensioni, queste ultime, che il film di Anderson sostanzia in una costruzione visiva sontuosa, e quasi ricalcata (per la sua simmetria, e la cura ossessiva per ogni dettaglio) sulla personalità del protagonista; una costruzione capace di catturare l’occhio dello spettatore e trasportarlo alla ricerca di quel filo nascosto che, più che nelle pieghe degli abiti impeccabilmente confezionati, va trovato nei meandri del cuore del protagonista. Perdersi in quella dimensione può essere pericoloso (e la stessa Alma ne sperimenta direttamente gli effetti), ma per lo spettatore risulta altrettanto stimolante, sia a livello intellettuale che di pura soddisfazione estetica.

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