Il riccio

Il riccio (2009)

Il riccio

Il film sarà proiettato sabato 3 dicembre all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Quella de Il riccio è la trasposizione di un noto e recente “caso letterario”, quel L’eleganza del riccio che nel 2006 si impose (inaspettatamente) come best seller, aggiudicandosi vari premi e raggiungendo anche, in Italia, la prima posizione nella classifica delle vendite editoriali. Un successo, quello del romanzo di Muriel Barbery, che il cinema non poteva non sfruttare, vista la particolare adattabilità del suo soggetto allo schermo (i luoghi, le suggestioni del racconto, parte dei suoi temi, hanno in sé un potenziale intimamente cinematografico) e una sensibilità che rimanda molto ai temi del cinema d’oltralpe post-Nouvelle Vague. Una vicenda incentrata sostanzialmente sull’incontro tra tre personaggi: Renée, portinaia scontrosa e chiusa in se stessa, vedova, apparentemente misantropa, più a suo agio col suo gatto che con le persone, con una nascosta passione per la letteratura e il cinema; la dodicenne Paloma, residente nello stesso condominio, incapace di capire il mondo adulto e in particolare quello borghese dei suoi genitori, giunta alla conclusione che la vita, paragonabile all’acquario in cui si agita invano un pesce rosso, non vale la pena di essere vissuta; e infine Kakuro Ozu, elegante e colto uomo giapponese, appena trasferitosi nel condominio, che finirà per far breccia, in modo inaspettato, nel cuore di entrambe.

Non vengono mai pronunciate le parole autismo o Asperger, nel romanzo della Barbery o nel film dell’esordiente Mona Achache: tuttavia, è facile trovare ne Il riccio tratti specifici della condizione tanto nel personaggio della piccola Paloma (cinicamente – troppo – saggia per la sua età, fieramente aliena in un mondo per lei difficilmente leggibile, solitaria nell’atteggiamento e ingenuamente rigida nel modo di porsi con gli altri) quanto in Renée, donna umile e con un forte senso del dovere, rigidamente legata alla routine, portatrice di una corazza che nasconde un dolore solo intuibile dall’esterno. Di più: una proiezione ipotetica può identificare facilmente la donna in una versione “altra” e possibile della ragazzina, cresciuta in un diverso ambiente e privata di quegli stimoli che l’hanno resa tanto consapevole della sua “diversità” quanto (erroneamente) convinta che per questa non vi siano posto o possibile, produttiva espressione. Ci vorrà l’arrivo di un personaggio realmente alieno per entrambe, portatore di un magnetismo sconosciuto, come l’affascinante Ozu, per fornire a Renée e Paloma una diversa ottica sull’esistenza. Ancora “riccio”, ma capace altresì di mostrare la propria eleganza, la prima; non più pesce rosso in trappola, ma individuo capace di progettualità, anche e soprattutto negli affetti, la seconda.

La regista de Il riccio ha l’interessante idea di sostituire il diario di Paloma descritto nel libro con una videocamera, quasi una sua protesi, attraverso la quale la ragazza registra e commenta il mondo intorno a sé: imprigionandolo nella sua ottica, celebrando un primato delle immagini e dei suoni che si lega direttamente a quello che, nel film, appare come il suo peculiare stile di pensiero (visivo e verbale allo stesso tempo, espresso tanto nelle illustrazioni e nelle immagini animate che affollano la sua immaginazione, quanto nei ricordi sorprendentemente accurati delle parole udite da chi la circonda). L’apertura al mondo, tanto per Paloma quanto per Renée, arriverà attraverso un necessario confronto con un futuro ipotetico (ma tutto da costruire) per la prima, così come con un passato doloroso (ma da custodire, e utilizzare come base per il presente) per la seconda. Per entrambe, attraverso l’accettazione del dolore e dell’umana debolezza, e l’interiorizzazione di una propria intima fallibilità. Lo sguardo saggio e a tratti impietoso attraverso cui la videocamera di Paloma le restituisce la realtà, così come quello intenso, ricco e segreto che Renée custodisce tra le pagine dei suoi libri, non ne risulterà certo alterato: piuttosto, arricchito. Di quell’empatia e capacità di comprendere, e accogliere, l’alterità, di cui tutti gli individui, a prescindere dalle etichette, hanno oggi un gran bisogno.

Condividi questo post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *