In cerca di Amy

In cerca di Amy recensione

In cerca di Amy

Il film sarà proiettato sabato 24 luglio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Holden McNeil e Banky Edwards sono due giovani autori di fumetti del New Jersey, all’apice del successo con la loro coppia di personaggi di Bluntman e Chronic. Mentre i due stanno partecipando a un convegno di fumetti, un loro amico e collega presenta loro un’attraente giovane fumettista, Alyssa Jones. Holden, in particolare, resta molto colpito da Alyssa, e scopre che la ragazza è originaria del New Jersey come lui. I due iniziano un’amicizia, che però, da parte di Holden, si trasforma molto presto in attrazione fisica e romantica. Il giovane pensa di essere ricambiato, ma la doccia gelata arriva per lui poco dopo: Alyssa, infatti, è lesbica. Nonostante tutto, i due continuano a frequentarsi, e il rapporto si sviluppa in modo ambiguo: forse, nonostante l’inclinazione sessuale di Alyssa, Holden è riuscito davvero a suscitare in lei qualcosa. Forse. Ma l’amico Banky, cinico e omofobo, vede tutt’altro che di buon occhio il loro rapporto.

Con In cerca di Amy, Kevin Smith arriva al terzo film, dopo il trionfo di pubblico e critica di Clerks – Commessi (1994) e le perplessità suscitate dal successivo, non compreso Generazione X (1995). Ci arriva con un film che chiude idealmente un’ideale trilogia dedicata al New Jersey (il successivo Dogma sposterà infatti l’azione prevalentemente nel Wisconsin) e che conferma e insieme tradisce la sua poetica: il regista, infatti, qui è altrettanto sboccato e politically incorrect quanto lo era nei film precedenti, mette alla berlina ugualmente movimenti di liberazione nera, associazioni LGBT, razzisti e omofobi, cita il mondo con cui è cresciuto – quello dei fumetti – e irride le sue derive più nerd. Fa un nuovo, piccolo spaccato generazionale, sintetizzando quanto aveva mostrato nei due film precedenti: lo spaesamento lunatico e tenero di Clerks, il divertimento anarchico di Generazione X. Tuttavia, In cerca di Amy introduce un elemento nuovo nell’equazione, imprevedibile e dirompente: quello dell’amore.

Smith, che nel film si riprende anche il ruolo del simpatico, a suo modo saggio spacciatore Silent Bob – controparte del loquace e stonato partner Jay – tratta il rapporto tra Holden e Alyssa in modo sorprendentemente delicato e realistico. Il regista, che aveva delineato nei due film precedenti un universo esclusivamente maschile, introduce “l’altra metà del cielo” nella forma di un personaggio atipico, che sembra fatto apposta per demolire gli stereotipi (anche quelli LGBT). C’è la ricerca, da parte del personaggio interpretato da un giovane Ben Affleck – qui al secondo film col regista – di una forma di stabilità personale e sociale, di un centro, di una solida struttura che gli manca nel rapporto simbiotico e un po’ soffocante col collega col volto di Jason Lee. C’è insomma l’aspirazione a un ingresso definitivo nell’età adulta, quella che tutta la “generazione X” stava vedendo incombere: si era nel 1997, il decennio si avviava al termine e il nuovo millennio era (quasi) alle porte. I punti di riferimento culturali e sociali stavano rapidamente cambiando, e disegnare un fumetto che ricalcasse lo stile altrui rischiava di non bastare più. Servivano storie autentiche, personali.

Visto con gli occhi dello spettatore del 2021, e letto in modo (molto) superficiale, In cerca di Amy potrebbe trasmettere persino un’idea fuorviante delle sue tematiche. In un decennio in cui – finalmente – le tematiche LGBT(Q+) iniziavano ad acquisire un certo peso sullo schermo, Kevin Smith sembra andare nella direzione opposta, narrando un’apparente storia di “normalizzazione”. Qualcuno, già allora, storse (a torto) la bocca. In realtà, il rifiuto del concetto stesso di normalità (così come la natura complessa e multifattoriale dell’identità, di quella personale come di quella sessuale e di genere) è uno dei punti focali del film. A ciò si somma uno sguardo tutt’altro che benevolo sull’universo maschile, sui suoi tarli mentali e sulle sue idiosincrasie. Il regista mette in scena una storia d’amore, e lo fa con tutto il realismo e l’empatia possibili. Affianca a ciò una storia altrettanto intensa di amicizia e condivisione, con due caratteri opposti e la figura di un finto cinico (quella di Banky) che farà man mano cadere la sua corazza. Il cosiddetto View Askewniverse del regista – in anticipo su saghe e universi di oggi – (ri)acquista spessore e consistenza dopo essersi divertito a provocare nel film precedente. Un universo che, nei suoi momenti cruciali, si rivela tanto vicino al nostro, nonché capace di mettere in scena con rude naturalezza le sue problematiche.

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