In un mondo migliore

In un mondo migliore

Il film sarà proiettato sabato 16 novembre all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Aveva già ottenuto diversi riconoscimenti, il cinema di Susanne Bier, all’epoca dell’uscita di questo In un mondo migliore; riconoscimenti maturati all’interno di quell’insieme di registi danesi che a vario titolo, negli anni 2000, si sono fatti prosecutori (sui generis) della tradizione del Dogma 95 di Lars Von Trier. Una tradizione che il cinema della Bier, tuttavia, ha riletto criticamente, alla luce di uno sguardo sui personaggi, e sulle dinamiche della società borghese – e delle sue istituzioni – decisamente più empatico di quello dei suoi colleghi, anche se non meno duro. La “consacrazione” internazionale del suo cinema, se così si può chiamare, è arrivata tuttavia proprio con questo film del 2010, vincitore del Marc’Aurelio d’Oro del pubblico alla Festa del Cinema di Roma, insignito dell’European Film Award per la miglior regia e del Golden Globe per il miglior film straniero, e in ultimo trionfatore agli Oscar nella sezione dei film stranieri. Una serie di riconoscimenti che premiano un film che unisce abilmente, e con un grande impatto emozionale, la dimensione più prettamente familiare del cinema della Bier, e quella più collettiva e sociale.

Proprio il montaggio alternato che accompagna lo spettatore fin da inizio film, a evidenziare da un lato l’attività di Anton, medico chirurgo che opera in una zona di guerra del Sudan, dall’altro la spietata realtà scolastica – e familiare – affrontata dai due amici Elias e Christian, rappresenta plasticamente questa doppia dimensione. Anton è convinto dell’inutilità della violenza, sia come offesa che come risposta a una provocazione; una convinzione che ha cercato di trasmettere al figlio Elias, che a scuola è vittima dei bulli e soffre molto le assenze di suo padre per le sue missioni in Africa. Nella stessa scuola di Elias si è appena trasferito Christian, che ha appena perso sua madre a causa di un tumore, e ha un sordo risentimento verso suo padre in quanto convinto che quest’ultimo non abbia fatto abbastanza per salvarla. I due ragazzini diventano presto amici; quando i bulli accennano a prendersela anche con Christian, questi reagisce violentemente, mandando un ragazzo all’ospedale e minacciandolo con un coltello. In breve, Christian diventa per il ragazzo più debole un affascinante quanto pericoloso modello. Quando i due ragazzini sono testimoni di un atto di sopraffazione perpetrato nel mondo degli adulti, la tentazione di fare giustizia sommaria diventa irresistibile.

In un mondo migliore è un dramma dall’anima nera, che si sposta con disinvoltura dalla cruda realtà della guerra in Sudan, dove la vita non vale nulla, e le milizie di un rais locale massacrano donne incinte per puro divertimento, e un contesto educativo e scolastico disfunzionale, che in piccolo si rivela non meno spietato del sanguinoso teatro bellico. Un’istituzione scolastica, quella in cui Christian ed Elias sono costretti a vivere, retta da un mondo adulto che lascia sia la legge dell’homo homini lupus – replica esatta e riproduzione del principio più generale che regola la società – a normare i rapporti tra i ragazzi. A ciò, il ritratto a tinte forti della Bier unisce la rappresentazione in parallelo di due famiglie problematiche, in cui i dolori e i fantasmi individuali (quelli del lutto e del senso di colpa da una parte, e quelli di un’etica personale, e di una dedizione quasi religiosa al proprio lavoro, che finisce per mettere in secondo piano gli affetti, dall’altra) non arrivano mai a saldarsi tra di loro; sofferenze che procedono ognuna per conto proprio, incomunicabili finanche agli affetti più cari, capaci di lasciare che le giovani generazioni sviluppino l’unico sentimento che pare autentico e produttivo: quello dell’odio. Un sentimento che finisce per diventare persino forza unificatrice di un’amicizia.

Dato il clima che si respira per quasi tutta la durata del film di Susanne Bier, il titolo sembra quasi un eufemismo, un sarcastico auspicio che viene smentito (e smontato) scena per scena da ciò che vediamo sullo schermo. Il disprezzo della vita umana che troviamo riflesso, nel campo medico in Sudan, nello sguardo di un individuo che resta sadico, patologicamente incapace di empatia anche laddove fisicamente malato, pare certificare la resa; una resa accolta dallo stesso Anton, atterrito, incapace di tradurre quella crudeltà in un linguaggio a lui conosciuto. Eppure, In un mondo migliore mette in scena le premesse di un crollo – di speranze, e di progettualità per una possibile vita futura – fermandosi tuttavia un passo prima della sua definitiva certificazione; la soluzione pare essere davvero un lancio nel vuoto e l’oblio, la cancellazione di un dolore a cui già in giovanissima età si è stati sapientemente “educati”. Ma il perdono e l’empatia, sembra dirci la regista, a volte appaiono possibili. Un processo tutt’altro che privo di inciampi e accidenti, ma percorribile e persino necessario. La sua possibilità, e lo spiraglio che questa apre in mezzo a tanti drammi, sono messi in scena in modo apprezzabilmente privo di retorica. Non era facile né scontato.

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