La solitudine dei numeri primi

La solitudine dei numeri primi recensione

La solitudine dei numeri primi

Il film sarà proiettato sabato 7 marzo all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Due vite, due binari quasi paralleli. Due esistenze contrassegnate dalle difficoltà di comunicazione, potenzialmente capaci di completarsi ma tenute lontane dalle contingenze e dai capricci del caso. Così si può riassumere, in uno sforzo di sintesi estrema, il plot de La solitudine dei numeri primi. Il romanzo di Paolo Giordano, insignito dei premi Strega e Campiello nel 2008, è diventato un film due anni più tardi per opera di Saverio Costanzo. Co-sceneggiato dallo stesso Giordano, il film di Costanzo jr. non si accontenta tuttavia di essere una mera copia del libro, ma prende da subito una sua via. Una via che, percorrendo la strada del montaggio su diversi piani temporali, dà al film un taglio decisamente onirico, con alcune virate che – complice una colonna sonora che ricicla con disinvoltura il tema di Ennio Morricone de L’uccello dalle piume di cristallo – lo porta addirittura dalle parti del thriller.

La vicenda è quella di Mattia e Alice, seguiti a partire dall’infanzia fino all’età adulta avanzata: entrambi sono solitari, entrambi portano con sé un evento doloroso che finirà per condizionare, per sempre, le rispettive esistenze. Mattia si sente colpevole per la scomparsa di sua sorella Michela, ragazzina autistica a basso funzionamento, della cui responsabilità i genitori lo avevano sempre caricato, fin da quando anche lui era un bambino; Alice invece ha subito un incidente a causa dell’ossessione di suo padre, che voleva fare di lei una campionessa di sci: una caduta sulla neve ha infatti reso zoppa la ragazza. Lui rivela pericolose tendenze autolesionistiche, lei subisce il bullismo delle compagne di scuola e sviluppa un’avversione al cibo che sfiora l’anoressia. I due sono come “numeri primi gemelli”, unici e vicinissimi l’un l’altro ma, per un motivo o per l’altro, impossibilitati a unirsi.

Se il tema dell’incomunicabilità, dai tempi di Michelangelo Antonioni, ha sempre fatto parte del DNA del cinema italiano, Giordano e Costanzo lo sviluppano ne La solitudine dei numeri primi in modo del tutto peculiare. L’idea dei binari (quasi) paralleli, che a volte si sfiorano ma solo sporadicamente riescono a toccarsi, è esaltata nel film dalla narrazione su piani temporali sfalsati; il regista fa infatti un andirivieni tra tre diversi periodi, mostrando alternativamente i due protagonisti bambini, adolescenti e giovani adulti. La giustapposizione dei loro percorsi ne evidenzia le analogie e ne svela gli inciampi, mettendone parallelamente in evidenza i rispettivi eventi-cardine: da un lato l’incidente della ragazza, risultato ultimo – ampiamente preannunciato – delle aspettative di un genitore meschino ed egoista; dall’altro quell’unico atto di egoismo da parte di Mattia, quell’abbandono di sua sorella su una panchina che finirà per fargli portare, per il resto della sua vita, un peso pressoché insostenibile.

È plumbeo, il clima de La solitudine dei numeri primi, gravato da un apparente senso di sconfitta e di vuoto che viene messo in evidenza dal taglio narrativo adottato dal regista. Vediamo fin da subito i protagonisti nella loro versione adulta, scopriamo presto il viso e il corpo smagrito di Alice, e sappiamo che in qualche modo, a un certo punto del percorso, la sorellina di Mattia è stata espunta dall’equazione. I sei attori che interpretano i due protagonisti nelle differenti fasi della loro crescita riescono a dare un quadro generale di buona compattezza, non facendo mai dubitare che si tratti degli stessi personaggi; ma più di tutto è la regia a rendere omogeneo, e coerente, ciò che sembra slegato, preda dei capricci del tempo e di una narrazione volutamente rapsodica.

Passato e presente si fondono e si compenetrano, nel film di Saverio Costanzo, legati a doppio filo come sono, capaci di influenzarsi vicendevolmente: i percorsi dei due protagonisti, quando si toccano, provocano dolore (vedi la scena della festa, che ritrae uno dei primi incontri tra i due adolescenti), richiamano ferite psicologiche e anche fisiche, ma stimolano anche un prezioso senso di pienezza. Così raro, e così indiscutibilmente necessario. Ci si può (ri)trovare, forse, anche quando si è ormai lontani – persino in due paesi diversi – e basta una foto per comunicare, ricordare, quell’appartenenza comune che non si può cancellare. Una comunanza che, emersa alla consapevolezza, può forse essere la base per tornare a vivere; seppellendo finalmente quei fantasmi del passato, dando ad essi (e dandosi) la pace meritata.

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