L’arte del sogno

L'arte del sogno recensione

L’arte del sogno

Il film sarà proiettato sabato 29 febbraio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Nel 2006, dopo il successo di Eternal Sunshine of the Spotless Mind – Se mi lasci ti cancello, c’era molta curiosità per il terzo film di Michel Gondry, talentuoso regista francese che in seguito si sarebbe affermato come uno dei principali registi indipendenti della scena transalpina. L’arte del sogno – che in originale è un ancor più attinente La Science des rêves – si discosta decisamente dalla trama fantascientifica del precedente lavoro di Gondry, risultando contemporaneamente più classico e più ardito. La maggior classicità del terzo lavoro di Gondry è legata alla sua origine in una trama “realistica” (virgolette più che mai d’obbligo), una love story ambientata nella capitale francese come il cinema – teoricamente – ce ne ha mostrate tante; ma L’arte del sogno è anche un film più ardito del suo predecessore, perché il suo andamento, e le soluzioni estetiche che mostra, travolgono e scuotono lo spettatore con ancor più forza.

Protagonista del film è Stéphane Miroux (interpretato da Gael Garcia Bernal) un giovane che fin da piccolo ha sempre avuto problemi a distinguere i sogni dalla realtà. Figlio di genitori divorziati, padre messicano e madre francese, Stéphane fa ritorno nella capitale francese dopo la morte di suo padre, quando la madre sostiene di aver trovato per lui un lavoro da creativo in un’agenzia che produce calendari. Il lavoro, tuttavia, si rivela in realtà estremamente monotono; una monotonia a cui il giovane cerca sempre più sovente di sfuggire rifugiandosi nei sogni. Quando Stéphane conosce la sua vicina di casa Stéphanie (Charlotte Gainsbourg), che ha a sua volta un temperamento artistico e creativo, immediatamente se ne innamora; ma il rapporto tra i due sarà reso difficile dalla sempre più incontrollabile tendenza di Stéphane a rifugiarsi nel suo reame di sogno.

Rivisto oggi, a quasi quindici anni dalla sua uscita in sala, L’arte del sogno mantiene intatto tutto il suo magnetismo: il magnetismo della visione di un regista anticonvenzionale, “anarchico” nel senso più positivo del termine, capace di offrire ai suoi spettatori una delle più lucide e coinvolgenti visualizzazioni del mondo onirico del cinema recente. Il “realismo” dello spunto iniziale – comunque contraddetto dagli psichedelici, riusciti titoli di testa – cede presto il passo a una compenetrazione sempre più spinta di realtà e sogno, dove è un piacere perdersi insieme al protagonista. Quest’ultimo viene descritto come una sorta di Candido, bambino mai cresciuto che coscientemente rifiuta i compromessi dell’età adulta, a cominciare da un lavoro che non lo soddisfa nemmeno in minima parte: Stéphane fa praticamente tutto per farsi licenziare, arriva sempre più tardi in ufficio e mette scarso impegno nella sua attività, sognando un contesto lavorativo al contrario in cui la sua creatività è guida dell’agenzia.

Il daydreaming del protagonista, che presto diviene indistinguibile dalla realtà (le sue invenzioni, compresa quella geniale della macchina del tempo, hanno effetti sul mondo reale) è davvero assimilabile a quello di un bambino: le sue visioni sono costruzioni di cartapesta e cellophane, il suo sognare coinvolge un mondo di colori pastello e paesaggi che trasfigurano la realtà. La mente di Stéphane è vista come una specie di studio televisivo, con gli occhi raffigurati attraverso due schermi: ma le pareti sono di cartone, così com’è di cartone un automobile su cui il personaggio fugge in una rocambolesca scena. Quando Stéphanie – anima gemella che non è ancora consapevole di esserlo – è in sua compagnia, i due diventano davvero dei bambini, che fanno cose da bambini: cose che comprendono persino l’atto di rovesciare un secchio d’acqua addosso a un ignaro passante.

Questa dimensione di riscoperta ed esaltazione dell’infanzia, come modus vivendi da recuperare, è una cifra che tornerà nel cinema di Gondry anche nel successivo, solo apparentemente dissimile Microbo & Gasolina. Questo L’arte del sogno, quel mondo infantile ce lo porta sullo schermo senza filtri, dandogli un preciso statuto estetico: lo fa presentandoci quel mondo come necessaria fuga da una realtà adulta che è sempre in agguato, pronta a banalizzarne e contaminarne ogni manifestazione. E non è un caso che l’incontro tra Stéphane e Stéphanie, così in difficoltà a comunicare e a relazionarsi nel mondo della veglia e della realtà, riesca infine a realizzarsi nel territorio onirico, in cui entrambi sono così a loro agio: in quel territorio, in fondo, le convenzioni non contano niente. In un mondo in cui un’intera foresta può essere contenuta dentro una barca, in viaggio verso lidi lontani e inimmaginabili, due anime gemelle (e ribelli) non possono che trovare completamento reciproco.

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