Light of My Life

Light of My Life recensione

Light of My Life

Il film sarà proiettato sabato 2 ottobre all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Se c’è un genere inflazionato, nel cinema contemporaneo, è probabilmente quello della fantascienza post-apocalittica e in generale futuristica. La “generazione Netflix” (brutta espressione per indicare un fenomeno molto più complesso) ha replicato all’infinito una serie di modelli – legati soprattutto a cinema e letteratura degli anni ‘70 e ‘80 – svuotandoli sempre più di senso e pregnanza, e facendone gradualmente pura maniera. Proprio per questo, un tentativo come quello di Casey Affleck con questo Light of My Life, suo esordio nel lungometraggio di fiction, merita tutta l’attenzione e il rispetto possibili. Perché Affleck, coraggiosamente, prende un filone ampiamente frequentato e ne rovescia le premesse (forse, in realtà, recuperandone un primitivo aspetto fondamentale): non più puro senso estetizzante, ma racconto nella sua forma più pura. Diremmo letterale (e letteraria). Lo si vede già dal prologo, in cui l’attore/regista e la giovane Anna Pniowski – interprete forzatamente mascolina di sua figlia – vengono ripresi dall’alto mentre il primo narra alla seconda una storia. Una delle Storie per eccellenza, se vogliamo, ovvero quella biblica del Diluvio: ma è una rivisitazione, un’interpretazione. Lo sguardo vorrebbe allargarsi, esplorare il contesto, ridare la centralità negata al primo livello del racconto, quello delle immagini: ma Affleck invita piuttosto lo spettatore a fermarsi e contemplare il (proprio) livello interno, quello del racconto orale. Magari perdendovisi dentro, come la giovane protagonista.

In Light of My Life, titolo e sostanza spudoratamente nel segno del melò, un virus diffuso su scala mondiale ha annientato quasi del tutto la popolazione femminile. La giovane Rag sembra essere l’unico essere umano di sesso femminile sopravvissuto sulla faccia del pianeta: un pianeta in preda allo smarrimento e alla violenza, popolato da un’umanità che ormai pare condannata all’estinzione. Il padre della ragazza, personaggio senza nome interpretato dal regista, le forgia addosso un aspetto mascolino allo scopo di proteggerla. Ne nega l’identità per permetterle di sopravvivere, insomma: una contraddizione in termini, necessaria in un mondo prossimo al collasso. I due si aggirano in un paesaggio fuori dai centri urbani e dalla (ex) civiltà, in cui l’animalità umana diventa esplicita, letterale: il predatore – qui sessuale in primis – ha recuperato il suo habitat. Niente di più lontano dall’iconografia più classica del genere: quasi una sfida, che ha qualche parentela solo col recente, italiano Ananke di Claudio Romano (2015): premessa simile, stesso approccio scarno al racconto per immagini, stessa densità di temi. Eppure, allontanandosi in questo dal collega italiano, Affleck sceglie di essere tanto scarno e rigoroso nella messa in scena, quanto esplicito e quasi esplosivo nelle atmosfere: Light of My Life è infatti un melò quasi sanguigno, in cui la macchina da presa resta sempre a distanza ravvicinata dai due protagonisti. E ne coglie, così facendo, tutta la debordante emotività.

Proprio in questo senso, Light of My Life è innanzitutto una celebrazione del racconto: non tanto di quello per immagini, che è subordinato, asservito quasi interamente alla recitazione dei due protagonisti, quanto di quello orale capace di forgiare storie. Storie, e il suo singolare storia, sono non a caso sostantivi femminili: il mondo e la stessa umanità, sembra dirci Affleck, possono sopravvivere solo grazie alla conservazione orale del sapere, prima ancora che allo stesso atto riproduttivo: una riproduzione, insomma, che è culturale prima che biologica. E anche la cultura, secondo il regista, è evidentemente donna, a dispetto di una lingua come l’inglese che è rigorosamente neutra nel genere. Così il film segue, nella giovane protagonista, quel processo di riappropriazione identitaria che solo può garantire a lei – e di conseguenza all’umanità intera – la sopravvivenza: affermazione e (ritrovata) consapevolezza contro negazione. In questo senso, il film di Affleck è una parabola collettiva che parte da un livello individuale, un romanzo di formazione che passa per la necessaria fase della ribellione contro l’autorità paterna (per sua natura patriarcale). Rag recupera gradualmente la sua identità di donna, sempre più evidente col progredire del racconto: ne diventa sempre più consapevole e ne riconosce la centralità. Il racconto biblico del Diluvio, con cui il film si è aperto, finisce anche per chiuderlo in modo circolare, in una versione ancora differente: le storie, si sa, vanno adattate e di volta in volta riplasmate, per ricostruire la Storia. Quella che parte da tanti livelli individuali, e che diventa collettiva solo assemblando in modi diversi le sue tante componenti, non smettendo mai di raccontarle e di farle vivere nel presente.

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