L’ultima ora

L'ultima ora (2018)

L’ultima ora

Il film sarà proiettato sabato 28 maggio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.
ATTENZIONE: Per temi e atmosfere, la visione del film è sconsigliata ai minori di 18 anni.

Il cinema che esplora la realtà scolastica ha una lunga e solida tradizione, dalle opere più ottimiste e luminose (si pensi al classico L’attimo fuggente) a quelle meno rassicuranti (il recente, sloveno Class Enemy). Come in quest’ultimo film, questo L’ultima ora ha al centro della sua trama il tema della morte, in particolare una morte drammatica verificatasi in un’aula scolastica: nel film diretto dal francese Sébastien Marnier, tuttavia, a perdere la vita di fronte a un “pubblico” apparentemente indifferente è un docente, anziché uno studente. Proprio il terribile, inspiegabile suicidio dell’insegnante – che apre il film con una scena tanto cruda quanto inaspettata – fa sì che il protagonista Pierre Hoffman venga chiamato a fare una supplenza che si rivelerà più complessa e dura del previsto. I giovani allievi, infatti, sembrano nascondere un segreto, probabilmente qualcosa di pericoloso. Indagando, il giovane docente scopre una verità sconvolgente, che metterà a rischio la stabilità dell’istituzione scolastica e non solo.

Guardando L’ultima ora, film datato 2018, viene inevitabile pensare al movimento dei Fridays for Future (che Greta Thunberg aveva inaugurato soltanto un anno prima coi suoi scioperi scolastici); un movimento di cui il film potrebbe essere letto, in un certo senso, come il lato oscuro. Va però considerato che, pur laddove i temi che l’opera tratta (in primis quello dell’ambientalismo) sono balzati di recente – di nuovo – all’attenzione pubblica, la storia nasce in realtà da un romanzo di circa un quindicennio prima; un romanzo scritto dal francese Christophe Dufossé e pubblicato nel 2004. La tentazione di semplificare, nel caso di un film come questo, e di leggere la sua narrazione in senso ideologico, è sempre presente; anche perché il tema di un deflagrante, nichilistico conflitto generazionale – che tuttavia, progressivamente, nel film si rivela essere in realtà confronto tra due generazioni che hanno più punti in comune di quanti non si potrebbe pensare – sembra adocchiato a più riprese nel film. Tuttavia, una riflessione più serena sul film di Marnier e sull’inquietante filosofia che esprime, pone fin da subito il film in una logica tutta sua. Una logica che ha a che fare semmai con lo slogan punk del No Future, e con un nichilismo che pare essersi ormai fatto pervasivo e generalizzato.

Ne L’ultima ora, l’istituzione scolastica è terreno di confronto tra due generazioni, ma anche plastica rappresentazione di ciò che quella più anziana – quella dei quarantenni incarnati dal docente protagonista – (non) è riuscita a ottenere. La scuola doveva essere veicolo di cultura e senso di cittadinanza, ma così non è stato: al contrario, anche nelle aule scolastiche, le generazioni più “anziane” sembrano aver trasmesso alle più giovani la consapevolezza – quasi incurante – della propria stessa sconfitta. Una sconfitta tradotta nel non aver saputo agire sul tessuto della realtà quando ce n’era la possibilità, di essersi semplicemente adagiati su un torpore culturale tradotto in meschinità e disinteresse. La borghesia, classe sociale che accomuna studenti e docenti dell’istituto del film, è diventata tecnicamente più “colta” rispetto a qualche decennio fa: usiamo le virgolette, perché la cultura trasmessa a questi studenti è in realtà conoscenza sterile, inerte, slegata dalla realtà. Meschina come quella di chi, di fronte allo scempio dell’ambiente, alle disuguaglianze sociali sempre più marcate, alle guerre sotto i riflettori dei media come a quelle più nascoste, ha preferito girare la testa dall’altra parte. E allora, l’unica soluzione sembra essere la distruzione, il nichilistico annientamento che (non) vuole ricostruire.

L’ultima ora è un dramma psicologico narrato quasi come un horror, con un taglio inquietante, puntellato di momenti paranoici e quasi onirici. Era questa l’unica chiave possibile, probabilmente, per narrare una storia che getta uno sguardo decisamente più cupo che in passato sul “nuovo” che avanza, annullando la retorica borghese della fiducia incondizionata (e decontestualizzata) nelle nuove generazioni. Queste ultime, qui, sembrano prepararsi a ricevere dal mondo adulto un pianeta, e una società umana, agonizzanti e forse non meritevoli di sopravvivere. La risposta pare essere quella di un “no, grazie”: una risposta in fondo perfettamente logica e coerente. Non è un caso che il nichilismo e la disumanità degli studenti del film, che a tratti paiono versioni più cresciute degli spaventosi piccoli protagonisti del classico Il villaggio dei dannati, sembri propagarsi in modo marcato anche allo stesso mondo adulto; un mondo forse scosso per la prima volta nella sua coscienza dopo decenni di torpore. Sicuramente ne viene irretito l’insegnante protagonista, che con quegli inquietanti allievi scopre presto di avere più punti in comune (nel modo di pensare come di agire) di quanti non gli piacerebbe ammettere.

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