Mean Creek

Mean Creek

Trattare al cinema un tema come quello del bullismo – e più in generale della violenza tra adolescenti – può portare a un percorso lineare, semplice, prevedibile, con ruoli ben netti e definiti. È stato così per gran parte dei film sul tema, compresi quelli più riusciti. Non è così, tuttavia, per un’opera come questo Mean Creek, esordio dietro la macchina da presa del regista americano Jacob Aaron Estes, insignito di numerosi premi all’epoca della sua uscita, nel 2004 (tra questi, il premio John Cassavetes agli Independent Spirit Awards, riconoscimenti assegnati annualmente al cinema indipendente americano).

Il film di Estes, infatti, problematizza il tema, legandolo a quelli dell’amicizia e della crescita, mostrandone un lato che non a tutti farà piacere vedere. Qualche volta, infatti, i ruoli di bullo e vittima non sono così facilmente individuabili: qualche volta potrebbero persino scambiarsi, trasformando le vittime in spietati carnefici. In alcuni casi, insomma – tanti, invero – sopraffare qualcuno significa semplicemente cercare di entrare in contatto con lui, nell’unico modo che ci è dato. Mandar giù un concetto del genere, che in parte ci rende tutti potenziali bulli, non è facile.

Prova a descrivere quest’ottica il regista Estes, anche autore della sceneggiatura, raccontando la storia di George Tooney, preadolescente grasso, problematico, abituato a sopraffare i suoi compagni con la violenza. Quando il gracile Sam finisce vittima dell’ira di George, suo fratello Rocky e i suoi amici organizzano una spedizione punitiva: il risultato dovrebbe essere un’escursione in barca e una dura umiliazione da infliggere al ragazzo. La conoscenza da vicino di Sam, tuttavia, convince (quasi) tutti i ragazzi a rinunciare al piano: ma la miccia è stata ormai accesa, e il gioco sfugge presto di mano.

Viene in mente un classico come Stand by Me – Ricordo di un’estate, guardando Mean Creek: analoga è l’ambientazione, simile l’età dei protagonisti. Tuttavia, il coming of age che fu raccontato da Stephen King e Rob Reiner viene qui virato al cupo, al confronto diretto (non più solo come testimoni, ma da protagonisti) con la morte, alla perdita dell’innocenza come conseguenza di un gioco letale, di un’azione sconsiderata che viene messa in atto a imitazione del mondo adulto. Quel mondo adulto che si dà una patina di modernità, ostentando tolleranza e accettando (a parole) l’omogenitorialità, ma poi abbandonando i figli a vivere da soli i propri conflitti e ad attraversare le proprie “linee d’ombra”.

Il bullismo, o meglio la violenza sconsiderata e priva di motivazioni, è qui come un virus che si diffonde in tutti i protagonisti: George ne è dapprima portatore ma poi vittima, il balordo Marty ne è perpetratore, ma anche terminale laddove deve sottostare alla sopraffazione del crudele fratello (a sua volta vittima di un trauma come quello del suicidio paterno). Cane mangia cane, insomma; o meglio, il pesce grande mangia quello piccolo, non prima che quest’ultimo abbia divorato quello più piccolo ancora. Difficile venirne fuori: la tragedia è quasi una conseguenza inevitabile di un clima incubato nel microcosmo della provincia, confinante con una wilderness che è rimasta (evidentemente) nell’anima dei suoi abitanti.

In tutto ciò, la conradiana “linea d’ombra” viene attraversata nel modo più traumatico, con una perdita d’innocenza che è totale e definitiva, ben simboleggiata da un rituale infantile (quello del giuramento col sangue) che a un certo punto viene liquidato da uno dei protagonisti – resosi conto dell’enormità di ciò che è appena successo – come “stronzate”. Niente potrà essere più come prima, per tutti i protagonisti: ma è davvero difficile, in un dramma che mostra uno sguardo neutro e non giudicante, ma anche estremamente empatico verso tutti i suoi personaggi, individuare con certezza vittime e carnefici, esprimere giudizi morali di condanna o perdono.

Resta soltanto, in Mean Creek, un coming of age mai così triste e violento, insieme all’invito implicito (inascoltato nella storia, ma più che mai auspicabile nella realtà) all’ascolto e all’accoglienza delle diversità. Comprese quelle più respingenti: il discorso rivolto alla sua videocamera del “bullo” George, in una delle scene più significative del film, è in questo senso più esplicito di qualsiasi lezione di educazione civica. Un carattere realmente educativo – che non diviene mai banalmente didascalico – che rende il film di Jacob Aaron Estes un’opera preziosa, anche a ormai un quindicennio di distanza dalla sua uscita.

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