Mediterranea

Mediterrana (2015)

Mediterranea

Il film sarà proiettato sabato 2 luglio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Uscito originariamente nel 2015, presentato nella Semaine de la Critique del Festival di Cannes, e poi premiato in varie manifestazioni indipendenti, questo Mediterranea rappresenta l’esordio nella regia di un lungometraggio per il cineasta italo-americano Jonas Carpignano. Un lavoro, questo, che rappresenta un’estensione del precedente corto del regista A Chjàna, e che forma una sorta di trilogia (tutta ispirata alle esperienze personali di Carpignano) coi successivi A Ciambra (2017) e A Chiara (2021). Il carattere di corpus unico delle tre opere è confermato anche dal ritorno di alcuni dei personaggi e dei loro stessi attori, per un racconto del reale – pur con gli strumenti della fiction – che è più che mai condiviso e protratto nel tempo: qui troviamo già, infatti, il piccolo rom Pio, che sarà protagonista di A Ciambra, mentre in quest’ultimo ritroveremo, in un ruolo fondamentale, il qui protagonista Ayiva. Una lunga narrazione che in qualche modo riflette la natura di “apolide” dello stesso regista, nato e cresciuto a New York e attualmente di stanza a Gioia Tauro, con una parte importante di sangue africano (sua madre nacque e crebbe nelle Barbados).

Proprio l’interesse di Carpignano per le realtà umane e sociali di confine – nonché l’aver sperimentato lui stesso il razzismo (“Io ero pur sempre quello che aveva la madre con un colore della pelle diverso”, dichiarò lui stesso in un’intervista) – ha dato una forte spinta alla realizzazione di questo Mediterranea; realizzazione favorita anche dall’assidua frequentazione da parte del regista della realtà calabrese, in particolare di quella della cittadina di Rosarno. Proprio l’essere venuto a contatto coi drammatici eventi qui verificatisi nel 2010, con la rivolta degli immigrati, ha fornito a Carpignano lo spunto per realizzare prima il cortometraggio e poi il film, racconti fictionalizzati di quei giorni. Nello specifico, il film ricostruisce le basi e le premesse che portarono, a gennaio 2010, alla violenta rivolta della manodopera immigrata locale, a seguito del ferimento di tre braccianti immigrati da parte di sconosciuti: l’evento precipitò la città in tre giorni di guerriglia urbana, che coinvolsero immigrati, cittadinanza del luogo e forze dell’ordine. Un evento che il film ricostruisce interamente con gli strumenti della fiction, differentemente da quanto farà un anno dopo (trattando un tema analogo) Gianfranco Rosi nel suo documentario Fuocoammare.

Protagonista di Mediterranea è Koudous Seihou, attore non professionista – lui stesso migrante dal Burkina Faso – che nel film interpreta se stesso col nome fittizio di Ayiva; il film ricostruisce l’odissea sua e del fratello più giovane Abas attraverso il deserto algerino, con la presa del mare sulle coste libiche, il naufragio e il successivo approdo prima al CPT di Lampedusa, poi nella dura realtà di Rosarno. Un aspetto interessante del film è la scelta di lasciare fuori campo l’evento che, nella seconda parte della storia, scatenerà la rivolta: il senso del racconto di Carpignano è infatti quello di mettere in scena il disagio del migrante nel suo complesso, l’immediata ghettizzazione e la negazione di qualsiasi possibilità di integrazione, una realtà lavorativa fatta di puro sfruttamento e la totale latitanza delle istituzioni nella tutela dei più basilari diritti umani. Ayiva e Abas, nel film, sono corpi separati dalla società che li ospita, fisicamente e metaforicamente: lo stesso palazzone in cui risiedono è ai margini della città, una città guardata dal protagonista, in una significativa scena, da lontano, come una sorta di miraggio. Una città che “accoglie” i due fratelli – e il resto della comunità immigrata – solo per depredarli delle loro forze, negando loro qualsiasi partecipazione alla sua esistenza.

Se la ricostruzione d’ambiente del film di Jonas Carpignano è meticolosa, frutto anche delle esperienze personali del regista (lui stesso volle ripercorrere, personalmente, il viaggio del protagonista) la resa degli eventi è chiaramente cinematografica e “spettacolare”: una scelta che non alleggerisce, ma al contrario conferisce maggior forza agli eventi rappresentati. Lo stesso evento della rivolta, nell’ultima parte, viene visto non come fatto a se, slegato dal resto del racconto, ma piuttosto come culmine di un climax, fatto di una lunga serie di vessazioni e privazioni subite dai protagonisti: il ferimento dei due due immigrati che darà il via alla rivolta, in questo senso, è quasi un dettaglio, la classica goccia che farà traboccare il vaso. Ciò che conferisce davvero valore a Mediterranea, di fatto, è la capacità mostrata dal regista di raccontare dall’interno, con una precisione quasi antropologica, la durezza della condizione dei due protagonisti e quella del confronto con la comunità locale; una comunità che si rivela diffidente pure laddove (forse) vorrebbe aprirsi a un reale confronto (è il caso del datore del lavoro di Ayiva). E la stessa immagine finale del film, con quell’uso espressivo del fuori fuoco (rappresentazione di un futuro più che mai incerto), esprime bene la sua anima di racconto realistico, ma al contempo lirico, di un tema che oltre dieci anni dopo resta di assoluta, bruciante attualità.

Condividi questo post

Comment (1)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *