My Friend Dahmer

My Friend Dahmer recensione

My Friend Dahmer

Il film sarà proiettato sabato 11 luglio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente. ATTENZIONE: il film verrà proiettato in lingua originale con sottotitoli in italiano. Per le tematiche trattate, la visione non è adatta ai minori di 14 anni.

Ha un titolo che sembra già di per sé una provocazione, My Friend Dahmer. Con questa locuzione, l’autore della graphic novel che dà origine al film dichiara infatti di essere stato in rapporto di amicizia con Jeffrey Dahmer, meglio noto come il mostro di Milwaukee, autore di diciassette omicidi tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘90. Il film di Marc Meyers risale infatti direttamente alla fonte delle pulsioni di Dahmer, traendo spunto dal fumetto che fu scritto da John “Derf” Backderf, compagno di scuola del futuro assassino, ed esso stesso personaggio della storia. Quello che viene mostrato è quindi un Dahmer adolescente, uno studente solitario che stabilisce un rapporto malato con un gruppo di coetanei (tra cui lo stesso Backderf) facendosi sfruttare come fenomeno da baraccone per le sue stramberie – tra queste, dei finti attacchi di epilessia in pubblico.

Il Dahmer descritto dalla graphic novel e dal film è un giovane cresciuto in una famiglia disfunzionale, con una madre sofferente di turbe mentali e un padre che non riesce a penetrare nel suo mondo, in un ambiente scolastico in cui risulta fatalmente un outsider. Il film di Marc Meyers evita tuttavia qualsiasi tentazione assolutoria o di mero, semplicistico giustificazionismo psicologico per le future azioni del protagonista; il film, al contrario, mantiene un tono rigorosamente cronachistico, descrivendo la lenta discesa del protagonista dal disturbo mentale embrionale a una vera e propria pulsione omicida. Dahmer è rappresentato come un outsider incapace di venire a capo del proprio malessere, privo di una comprensione basilare delle regole sociali, con pulsioni embrionali – si veda la sequenza nello studio del dottore – di cui non è pienamente consapevole.

Si è dibattuto molto, e si sono date risposte diverse, sulla possibile diagnosi psicologica del cosiddetto mostro di Milwaukee, specie dopo la sua morte in carcere per opera di un altro detenuto (a sua volta affetto da schizofrenia). Si possono rintracciare certamente elementi dello spettro autistico nella visione che My Friend Dahmer dà del futuro killer, a cominciare dalla postura fisica e dall’espressività facciale, per continuare con la sua tendenza alla solitudine e col cupo “interesse speciale” consistente nello sciogliere nell’acido cadaveri di animali. Un’ipotesi, quella dell’appartenenza di Dahmer allo spettro, con cui tuttavia non si vuole dare assolutamente conto delle sue azioni; l’ipotesi richiama semmai una semplice, eventuale componente della complessa (e deragliata) struttura mentale di un futuro assassino. Una struttura mentale che il film ricostruisce senza fare sconti, non risparmiando il disfunzionale ambiente in cui il protagonista agisce.

Molta della riuscita di My Friend Dahmer è demandata alla prova attoriale di Ross Lynch, già teen idol musicale e protagonista della serie Austin & Ally, qui al suo primo ruolo cinematografico di un certo peso. Sul volto del giovane protagonista, sorprendente nel suo assumere in toto la postura, i gesti e la gamma espressiva del personaggio, si può notare già quello scarto, quell’elemento di imponderabilità che rende impossibile applicargli una singola, semplice etichetta. My Friend Dahmer non fornisce semplicistiche giustificazioni sociologiche né psicologiche alle azioni del futuro mostro di Milwaukee, limitandosi a delineare al meglio il contesto sociale – l’ambiente scolastico della fine degli anni ‘70, con l’inizio del disimpegno che avrebbe caratterizzato il decennio successivo – e quello familiare in cui la sua personalità si sviluppò. Lo fa, il film di Marc Meyers, con un apprezzabile taglio cronachistico, evitando qualsiasi tentazione di costruire “tesi” preconfezionate per una personalità impossibile da penetrare in pieno.

Condividi questo post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Ogni sabato pomeriggio per vedere un film, discuterne e passare del tempo insieme