My Summer of Love

My Summer of Love recensione

My Summer of Love

Il film sarà proiettato sabato 14 dicembre all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Il regista Pawel Pawlikowski, polacco con più di una sortita fuori patria (in particolare nel Regno Unito) sarà ricordato dai più per il recente Cold War, epopea sentimentale di un anno fa che ricevette anche tre nomination agli Oscar. Ma prima di diventare un regista universalmente noto, Pawlikowski si muoveva nei territori dell’indie europeo meno sotto i riflettori, dirigendo piccoli, apprezzati film come questo My Summer of Love. Piccoli per modo di dire, poi: nonostante il basso budget, infatti, nel ruolo di protagonista figura un’attrice destinata a una fulgida carriera come Emily Blunt (qui al suo esordio), ad affiancare l’amica/partner/avventura di un’estate Natalie Press. Senza contare Paddy Considine, che già aveva lavorato con Pawlikowski nel precedente Last Resort, specializzato nei personaggi con condizioni psichiche particolari e/o situazioni sociali borderline. Anche qui, la figura del suo ex detenuto ed ex alcolista, uscito di prigione per diventare un integralista religioso – leader della comunità protestante locale – resta impressa.

Il plot di My Summer of Love, tratto dal romanzo La mia estate d’amore di Helen Cross, è molto semplice, persino basilare: Mona e Tamsin sono due ragazzine che si incontrano in una piccola comunità dello Yorkshire, entrambe insoddisfatte, seppur in modo diverso, della loro esistenza. La prima infatti è di estrazione proletaria, e vive da sola con suo fratello che, una volta uscito di prigione, ha riconvertito il suo pub in un circolo religioso. La seconda, invece, è la ricca figlia di un parlamentare, è arrivata nella cittadina per le vacanze estive e non riesce a dimenticare la sorella anoressica, morta suicida. Le due si incontrano, si conoscono e diventano presto amiche; altrettanto presto, l’amicizia si trasforma in altro. A quel punto, il mondo intorno a loro quasi cessa di esistere: i pomeriggi e le notti passano intensi, riempiti solo dalla vicendevole presenza. Le due si giurano amore eterno come solo due adolescenti possono fare; la solitudine di Mona, e la lontananza di un fratello che pare rapito da una dipendenza uguale e speculare a quella dall’alcol, è annullata. Ma le estati, si sa, non durano in eterno.

C’è una carica adolescenziale fortissima, in My Summer of Love, un mood che si riempie degli assolati paesaggi dello Yorkshire, bagnati da una luce del sole che contraddice la tipica iconografia – plumbea e piovosa – della campagna inglese. Si respirano, nel film di Pawlikowski, i colori e gli odori dell’estate, insieme a quelli di una stagione della vita tanto piena e contraddittoria quanto effimera. Il senso di precarietà che pervade di sé la storia, quella sensazione indescrivibile di assoluto che si accompagna alla consapevolezza (filtrata dall’occhio adulto della regia) della sua fragilità, vive e respira in ogni immagine: lo fa delineando un mondo che gradualmente si restringe intorno alle due protagoniste, fino a bastare a se stesso, escludendo quasi dai margini del campo visivo l’esterno (o includendolo solo come mondo popolato di zombie, da irridere e da cui scappare prima possibile). In fondo, la cittadina che circonda le due sembra davvero uno scenario post-apocalittico, un non luogo sospeso nel nulla, pieno di figuranti che danno vita a improbabili rituali sacri (la gigantesca croce eretta sulla collina) e profani (il ritrovo in discoteca). A vivere davvero, ad ardere di un fuoco che sembra perenne, solo Mona e Tamsin. Un legame che pare (quasi) in grado di annullare le loro differenze sociali.

Nella messa in scena di My Summer of Love si incontrano lo sguardo partecipe ed empatico per i personaggi di certa nouvelle vague francese, la tensione sentimentale dei racconti estivi di Eric Rohmer, col rigore descrittivo del cinema europeo degli anni ’90, mutuato in particolar modo da Lars Von Trier e dal gruppo Dogma 95. La comunità religiosa animata dal fratello di Mona fa venire in mente i fanatici calvinisti de Le onde del destino, preda dello stesso rigore mistico; l’ambientazione è in parte simile a quella del film di Von Trier, così come analogo è il taglio della regia. Una regia fatta di camera a mano e di primi piani che scrutano ogni singolo respiro dei personaggi, restituendo tutta la precarietà di un universo destinato presto a sfaldarsi. L’estate e l’adolescenza finiranno presto, e gli artigli della realtà – e di due mondi capaci di comunicare solo attraverso un sogno, che della materia onirica ha tutta la bellissima e assoluta fragilità – torneranno presto a graffiare. Eppure, non si può fare a meno di (ri)guardare la storia di Mona e Yasmin con occhio benevolmente complice. Quello di chi ha conosciuto bene il loro mondo – o meglio, i loro mondi: sia quello ingannevolmente autosufficiente del loro rapporto, sia quello piccolo e meschino che preme all’esterno. Rivederli, quei due mondi, e rimetterli a confronto oggi, è più che mai salutare.

Condividi questo post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Ogni sabato pomeriggio per vedere un film, discuterne e passare del tempo insieme