Palindromes

Palindromes recensione

Palindromes

Nove anni dopo Fuga dalla scuola media, Todd Solondz torna a esplorare la realtà della famiglia borghese americana attraverso la cupa, deragliante storia di un’altra sua figlia. È un seguito non solo ideale del film del 1995, Palindromes, visto che la sua vicenda ne riprende gli sviluppi qualche anno dopo: Dawn Wiener, già preadolescente bullizzata, poi ventenne obesa e incinta, è morta suicida. Il film si apre col suo funerale, a cui presenziano tutti i suoi – ben poco amorevoli, come già abbiamo potuto appurare – parenti: dai genitori ai fratelli Mark e Missy, fino alla famiglia di sua cugina, la piccola Aviva. Quest’ultima ha già un forte desiderio di maternità, ma è terrorizzata dall’idea che mettere al mondo un figlio la possa portare a finire come Dawn. Stacco: anni dopo, la tredicenne Aviva passa dai propositi ai fatti, facendosi mettere incinta da un coetaneo. I genitori la convincono con le cattive ad abortire; ma la ragazza, sconvolta da ciò che ha appena fatto, fugge di casa e inizia un lungo viaggio nella provincia americana. Il suo percorso la condurrà attraverso sordidi motel, disturbati camionisti con rapporti conflittuali con l’altro sesso, e una comunità religiosa per minori retta da un’inquietante coppia.

È un film ancora più complesso, ostico e disturbante del suo predecessore, Palindromes, a cominciare dalla radicale scelta di casting: a interpretare la tredicenne protagonista, infatti, troviamo ben otto diverse attrici, una per ognuno dei capitoli in cui la storia è divisa. Interpreti di aspetto, corporatura, pigmentazione della pelle ed età diverse: una provocazione estetica che, se da una parte induce nello spettatore una sorta di straniamento, una presa di distanza rispetto agli eventi messi in scena, dall’altra vuole sottolineare l’idea dell’immutabilità, di una fissità ineluttabile di caratteri, eventi e situazioni. Contro l’idea del coming of age, anche contro l’idea classica del viaggio come strumento di trasformazione, Solondz sembra voler dire che nel fondo nessuno cambia davvero: siamo prigionieri di una realtà preordinata, dell’ambiente sociale da una parte, e del corredo genetico dall’altra, che il capriccio del caso ci ha assegnato. Si può mutare anche radicalmente il proprio aspetto, trasformarsi letteralmente, fuori, in un’altra persona: il nostro nucleo rimarrà lo stesso, così come il nome di Aviva resta identico, sia che lo si legga in un senso che nell’altro. Tentare di cambiare porta solo a un agitarsi scomposto che riconduce, fatalmente, alla situazione di partenza.

E infatti Palindromes, road movie atipico, mostra proprio una struttura circolare, che fa attraversare alla protagonista tutte le sue tappe di trasformazione (fisica e psicologica) per riportarla infine alla situazione iniziale. Il suo ingenuo desiderio di maternità la conduce attraverso il cuore profondo di un’America malata, dal rosa kitsch della sua stanza e dai volti inquietanti dei suoi genitori a una scoperta del sesso come puro, meccanico strumento per il concepimento, fino al contatto con una comunità di freaks che elargisce morte in difesa della vita. L’innocenza di Aviva resta quale minimo comune denominatore delle tante sue incarnazioni (persino di quella – adulta – impersonata da Jennifer Jason Leigh); il suo corredo genetico la imprigiona, la sua natura rimane quella, anelata fin dall’inizio, tesa a dare la vita. Uno scopo da raggiungere, letteralmente, a qualsiasi costo. La paura di finire come sua cugina, in fondo, è una paura infondata: pur laddove l’ambiente sociale è lo stesso, e pur laddove questo ha condizionato in modo decisivo le rispettive vite, Aviva ha accettato il suo destino, a differenza di quanto ha fatto Dawn, che ne è stata infine schiacciata. Lei ne ha abbracciato invece tutte le implicazioni, ivi comprese quelle più innominabili. La resa può venire solo dalla piena accettazione della propria natura, nonché dalla simbolica unione di due nomi palindromi.

Todd Solondz sembra voler stemperare la durezza della narrazione, la problematicità dei tanti temi toccati (dal fanatismo religioso alla pedofilia) da un lato attraverso il già citato meccanismo dello straniamento, dall’altro tramite un’ironia cinica e corrosiva, giocata sottotraccia ma costantemente presente. I volti piangenti dei personaggi che si susseguono sullo schermo inducono la risata piuttosto che l’empatia: il distacco intellettuale e lo sguardo sardonico esorcizzano le miserie umane rappresentate, quelle che coinvolgono i tanti personaggi, variamente grotteschi, che gravitano intorno alla protagonista. Solo Aviva non piange (quasi) mai, e quando lo fa appare vera e non grottesca: il suo personaggio, in fondo, nei differenti volti e corpi che assume, è l’unico che emerge dall’enorme casa di bambole che il regista qui sembra identificare col mondo nella sua interezza. Quello di Solondz appare come un pessimismo cosmico difficile da mandar giù, al netto dell’eleganza della sua messa in scena. Ma, forse, quello di Palindromes non è l’unico universo possibile, ma solo uno dei tanti che il regista rappresenta: e, forse, negli altri non si è per forza robot manovrati da un destino capriccioso. Nel recente Wiener-Dog (2016) vediamo infatti tornare sullo schermo una Dawn Wiener adulta, viva e vegeta. Inutile starsi a domandare come ciò sia possibile: magari il regista ha cambiato il suo universo di riferimento, magari è uscito finalmente da quella dollhouse in cui ci aveva dato il benvenuto 24 anni fa. O magari – chissà – contro ogni previsione, lui stesso è un po’ cambiato.

Il film sarà proiettato sabato 5 ottobre all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si terrà presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.
ATTENZIONE: il film verrà proiettato in lingua originale con sottotitoli in italiano. Per le immagini e le tematiche trattate, la visione non è adatta ai minori di 14 anni.

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