Prima dell’alba

Prima dell'alba recensione

Prima dell’alba

Il film sarà proiettato sabato 18 gennaio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Non era ancora un regista conosciutissimo a livello internazionale, Richard Linklater, ai tempi dell’uscita di questo Prima dell’alba. Con solo tre titoli al suo attivo, il più fortunato dei quali era il di due anni precedente La vita è un sogno (1993) il regista di Houston si muoveva prevalentemente nel sottobosco dell’underground e di quel cinema indie che solo durante quel decennio avrebbe cominciato a trovare – complici alcuni festival specializzati – apprezzamento e visibilità internazionali. Linklater, con la sua love story di una notte tra i due ancora giovanissimi (e più che mai splendenti) Ethan Hawke e Julie Delpy, fu in qualche modo apripista – o meglio, tra gli apripista – di questo processo. Rivisto oggi, Prima dell’alba non perde niente della sua carica romantica e insieme sommessamente malinconica, della sua tensione post-adolescenziale, della capacità di penetrare il mondo dei due protagonisti attraverso dialoghi attentamente scritti e congegnati. Un equilibrio quasi magico, ancor più sorprendente se si pensa che la sceneggiatura fu scritta addirittura a otto mani (al regista e alla sua co-sceneggiatrice Kim Krizan, si aggiunsero, non accreditati, gli stessi due attori – Julie Delpy dichiarò addirittura che lei e Hawke riscrissero quasi integralmente il copione, che aveva inizialmente poco di romantico).

L’idea di Prima dell’alba venne al regista dall’incontro casuale con una donna, conosciuta in un negozio di giocattoli di Filadelfia nel 1989 (la donna sarebbe morta in un incidente motociclistico poco prima dell’uscita del film). I due si conobbero per caso e iniziarono a conversare di vari argomenti, passeggiando per la città fino a notte fonda. Da questa suggestione, Linklater elaborò la storia di Jesse e Céline, poco più che ventenni, lui americano di ritorno in patria dopo la rottura con la sua donna, lei francese di ritorno da una vacanza, diretta a Parigi. I due si incontrano su un treno, che avrà come prossima tappa la città di Vienna: da lì, infatti, il ragazzo prenderà il volo che lo riporterà negli Stati Uniti. I due iniziano a conversare per caso, si trovano, si piacciono, esprimono entrambi rammarico per l’imminente separazione. All’arrivo a Vienna, la “follia”: Jesse, appena sceso dal treno, torna a bordo e propone a Céline di scendere con lui e di accompagnarlo per la città durante la notte, in attesa del suo volo previsto per l’indomani mattina. La ragazza, intrigata da quel giovane sconosciuto, accetta. Sarà l’inizio di una notte indimenticabile, sullo sfondo mutevole e vivificante delle vie, delle piazze e dei vicoli della capitale austriaca.

Dopo gli episodi “sperimentali” di It’s Impossible to Learn to Plow by Reading Books (1988) e Slacker (1990), e la commedia adolescenziale post-American Graffiti di La vita è un sogno, il cinema di Linklater si carica di un intimismo tanto romantico quanto sottilmente malinconico. Le vie e i sobborghi di Vienna sono essi stessi un personaggio, pronti ad accogliere questo rapporto tanto fragile quanto a suo modo fiammeggiante; pronti a farsi abitare, diremmo, e a divenire un tutt’uno con la vicenda cangiante, in itinere, così splendidamente piena, dei due protagonisti. La notte viennese abbraccia Jesse e Céline come solo una capitale europea con quella storia e quella cultura può fare, con due giovani che si stanno godendo (diverrà sempre più chiaro strada facendo) l’ultima vera vacanza della loro giovinezza. Tutto pare conoscerli e comprenderli, dalla ruota panoramica che diviene luogo deputato ideale per quel primo bacio (curiosamente contrassegnato da quella riottosa, inattesa timidezza di lui) alla zingara che legge la mano di lei e comprende il ragazzo con un solo sguardo, dal poeta in barca sul Tamigi coi suoi versi capaci di dare del tu a entrambi (sviluppati a partire dalla parola “frullato”: e perché no?) a quella bottiglia di vino data via a fondo perduto, perché bisogna celebrare qualcosa di irripetibile, un incontro fruttuoso come non ne capitano spesso; non farlo sarebbe quasi un crimine.

Il romanticismo di Prima dell’alba ha poco di hollywoodiano e molto di europeo, occhieggia alla Nouvelle Vague e alla sotterranea tensione sensuale (e sessuale) del cinema di Eric Rohmer; ma poi se ne smarca quando fa dialogare i suoi protagonisti con la contemporaneità – non mancano i riferimenti, pur accennati, all’attualità d’epoca – quando mette in luce le differenze culturali che diventano occasioni di ironiche schermaglie, quando scambia i ruoli dei due protagonisti nei modi più sorprendenti. C’è tutta la forza e insieme la fragilità di una stagione – dell’anno e della vita – in Prima dell’alba: l’incontro e la condivisione che si fanno immediatamente memoria e poesia, l’enigma di una promessa sospesa che solo nove anni dopo (col seguito Before Sunset – Prima del tramonto, a sua volta seguito, dopo la stessa finestra temporale, da Before Midnight) avrebbe trovato la sua risposta. Altre storie, anzi no: la stessa, lunga storia che Richard Linklater ha voluto raccontarci nel corso di quasi un ventennio. Qui siamo all’inizio del viaggio, ed è un inizio in cui ci si immerge in modo pressoché totale.

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