Quanto basta

Quanto basta

“Quanto basta”. Un’espressione che, per sua natura, rappresenta l’intuito, l’accettazione e l’abbraccio dell’indeterminatezza, la capacità di improvvisare. È proprio da questo concetto, così ostico e difficile da interiorizzare per le persone nello spettro autistico, che muove il film di Francesco Falaschi, che addirittura ha scelto di esplicitare il concetto utilizzandolo come titolo. D’altronde, il film di Falaschi sceglie di collegare il tema dell’autismo a una materia (o meglio, a un “interesse assorbente”) che richiede, oltre a una buona dose di sistematizzazione, anche quel quid di creatività, quella capacità di fronteggiare e gestire l’imprevisto, che risulta una vera e propria sfida per il personaggio interpretato da Luigi Fedele. Una sfida che Guido accetta senza la minima esitazione, pur di perseguire il suo obiettivo: quello di partecipare a un importante contest di cucina, che lo porterà in viaggio fino a un paesino della Toscana, per quello che sarà anche il suo primo, vero contatto col mondo. Con lui, nel ruolo di guida e “tutor”, lo chef interpretato da Vinicio Marchioni, talentuoso cuoco caduto in disgrazia, la cui irascibilità l’ha fatto finire prima in prigione, poi ai servizi sociali.

Come già in Vengo anch’io, e nel recente In viaggio con Adele, in Quanto basta è presente la metafora del viaggio come scoperta e strumento di crescita per un giovane Asperger. Il personaggio di Guido supera le sue rigidità, una ad una, per giungere a quello che vede come il primo, vero traguardo della sua vita. A una vita, la sua, che solo ora si sta davvero confrontando col mondo, il film ne affianca un’altra in fase di ristrutturazione: quella dello chef Arturo, personaggio problematico, promessa mancata (ma forse non ancora esaurita) della cucina italiana, cinico e poco propenso ai voli pindarici; in cucina come nella vita. Come nella migliore formula del buddy movie, i due personaggi troveranno un’inaspettata sintonia, dimostrandosi capaci di aiutarsi l’un l’altro: Arturo incanalerà lo straordinario talento di Guido nella giusta direzione, trasmettendogli fiducia in sé e aiutandolo nella sopravvivenza in quel mondo neurotipico in cui i “sapori” troppo spesso si mescolano a caso, senza una logica e uno schema comprensibile; dall’altra parte, Guido riuscirà a scalfire la dura corazza del suo “maestro”, facendo crollare la sua maschera di cinismo e schiarendogli le idee sulle sue reali priorità. Priorità che includeranno presto anche una love story con la psicologa che gestisce il centro da cui il giovane è seguito, interpretata da Valeria Solarino.

È trasparente, la metafora di stampo culinario di Quanto basta, che celebra la creatività e l’intuito (opportunamente stimolati) tanto in cucina quanto nella vita; così com’è evidente la dimensione di singolare romanzo di (tras)formazione del film, che mostra due personaggi che nel corso della storia evolvono, si modificano, acquistando (o riacquistando, nel caso di Arturo) fiducia in sé e capacità di mettersi in gioco. Il regista, trattando un tema come quello dell’Asperger in chiave di commedia, diviso tra necessità di verosimiglianza ed esigenza di levità, riesce a trovare il giusto tono per narrare la storia: lo fa mantenendo alla base un sostanziale realismo, non arretrando di fronte alle difficoltà del personaggio di Guido (plastiche nelle sue movenze e stereotipie, ma anche nel primo, ingenuo approccio al sesso femminile), ma contemporaneamente mostrandosi capace di sorridere, con sguardo empatico, di entrambi i suoi protagonisti. In questo, molto fa l’attenta interpretazione di Luigi Fedele, che si cala con naturalezza nei panni di un Asperger dai tratti piuttosto visibili, senza tuttavia calcarne innaturalmente le manifestazioni fisiche: ma, anzi, facendo corrispondere ogni movenza fisica “atipica” a un’opportuna modulazione dell’espressività facciale.

Sorretto anche dal bel commento sonoro di Paolo Vivaldi, Quanto basta scorre con piacevolezza e col giusto ritmo, aggiungendo anche alla storia un pizzico di cinico, divertito sarcasmo: lo fa, il film di Falaschi, quando affronta il fenomeno degli chef televisivi (stigmatizzato dalle parole ingenue, sincere quanto veritiere, di Guido quando si confronta col cuoco “mediatico” interpretato da Nicola Siri). Una sincerità di intenti che, sorretta anche dall’attento lavoro di ricerca che è stato messo in campo dalla produzione, riesce a far soprassedere su qualche limite, tra cui la poco convincente love story, o il velleitario subplot che vede Marchioni alle prese con un losco datore di lavoro. E il fatto che levità ed empatia, qui, non significhino affatto “buonismo”, viene ribadito anche dal finale del film: più che un happy ending, una chiusura all’insegna di quel necessario equilibrio tra positività e realismo che informa di sé tutto il film.

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