Emotivi anonimi

Emotivi anonimi

Da qualche anno le condizioni atipiche (fisiche e neurologiche) esercitano una certa attrattiva sul cinema francese, in particolare su quello più improntato alla commedia. Vengono in mente recenti campioni d’incassi come La famiglia Bélier, incentrato sulla vita di una singolare famiglia di sordomuti, il “caso” cinematografico volto a raccontare la disabilità di Quasi amici (ma anche, se si vuole, il precedente film degli stessi registi Eric Toledano ed Olivier Nakache, fatto uscire successivamente e reintitolato dalla distribuzione italiana Troppo amici); o anche, andando un po’ più indietro nel tempo, un cult movie intelligente e dolcemente stralunato come Il favoloso mondo di Amélie, giustamente considerato una sorta di prototipo (in chiave surreale) per la rappresentazione della neurodiversità femminile. Su un registro più realistico, maggiormente improntato a una comicità volta a distorcere quel tanto che basta il quotidiano, si muove questo Emotivi anonimi, che vede protagonista una stralunata, idiosincratica e a tratti irresistibile coppia formata da Isabelle Carré e Benoît Poelvoorde. Un film, quello diretto dall’esperto Jean-Pierre Améris, che si è anche aggiudicato il premio Magritte (il riconoscimento cinematografico assegnato in Belgio) per la migliore coproduzione (si tratta infatti di una produzione mista franco-belga).

Si respira dolce fobia per la socialità, in Emotivi anonimi, di quella magari nascosta (ma neanche tanto bene), di quella che causa sofferenza perché molto egodistonica, a dispetto delle apparenze. Angélique e Jean-René sono letteralmente prigionieri della loro condizione, tentano disperatamente di averne la meglio, ma i loro sforzi non solo non risultano apprezzati, ma neanche percepiti. Troppo alto lo scarto tra l’energia impiegata e i minimi passi avanti registrati. Troppo facile per loro apparire, rispettivamente, come una donna imbranata e incapace di relazionarsi al prossimo, e come un capo d’azienda distaccato e poco empatico. Il gruppo di supporto frequentato dalla protagonista Angélique (cioccolataia dotatissima, ma incapace di utilizzare produttivamente il suo talento) è un divertente compendio di ansie, paranoie e difficoltà nascoste, magari accentuate e stereotipizzate dalla sceneggiatura, ma in fondo dalla consistenza nient’affatto astratta; Jean-René, nel suo stesso negozio, sembra quasi un alieno, incapace di qualsiasi accenno di rapporto, coi suoi dipendenti, che vada oltre l’ambito lavorativo. Come nelle migliori favole, ci vorrà l’inaspettato incontro dei due perché i rispettivi “mondi” riescano ad entrare in contatto e capirsi. E perché il talento di Angélique trovi finalmente un utilizzo produttivo e una realizzazione concreta.

Il tono di Emotivi anonimi è lieve, gioiosamente e volutamente effimero: in fondo, non dubitiamo mai che l’incontro tra i due porterà loro dei benefici, anche quando (nelle prime battute del film) i loro scambi generano equivoci e quid pro quo spesso esilaranti. In un mondo tarato sulla tipicità, al “diverso” spesso non pare quasi vero di aver trovato un proprio simile: il suo comportamento è quindi quello di continuare a (cercare di) rispettare le norme sociali codificate, generando spesso risultati ancor più grotteschi. Un effetto che il film sfrutta e amplifica in tutta la sua prima parte, con divertenti situazioni da commedia degli equivoci. Solo in seguito, le difficoltà di Angélique e Jean-René si paleseranno reciprocamente, e la strada verso la condivisione si farà meno accidentata. Su tutto, lo stesso mood lieve e giocoso, arricchito di divagazioni quasi da musical, insieme a un generale look vintage (il nome del negozio, “La fabbrica di cioccolato”, è un esplicito omaggio cinefilo): un look che rimanda a una carezza, apparentemente guardinga ma in realtà sentita, più che a un abbraccio. Nel perfetto stile dei due protagonisti, impacciati ma di fatto straordinariamente empatici. E poi, l’elemento taumaturgico del cioccolato, antidepressivo per eccellenza nella vulgata, ma soprattutto particolare tipo di interesse speciale capace di unire i due. Un tesoro tutt’altro che nascosto: in fondo, il suo “potere” (anche sociale) non andava che scoperto e valorizzato.

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