Gifted – Il dono del talento

Gifted – Il dono del talento

Vengono entrambi dal mondo dei supereroi, regista e protagonista adulto di questo Gifted – Il dono del talento: parliamo rispettivamente di Marc Webb, reduce dai due The Amazing Spider-Man, e di Chris Evans, tuttora impegnato nelle mirabolanti avventure del mondo Marvel col costume di Captain America. Non ci tiene particolarmente ad essere una supereroina, invece (nonostante il suo straordinario talento per la matematica) la piccola Mary interpretata da Mckenna Grace, che lo sceneggiatore Tom Flynn ha concepito ispirandosi alla storia di sua sorella, bambina incredibilmente dotata. Ed è proprio il Frank Adler interpretato da Evans, zio di Mary e suo tutore dopo il suicidio della madre, a fare di tutto perché la nipote cresca in modo normale, iscrivendola nella scuola comunale della cittadina in cui i due vivono, e spingendola a socializzare coi suoi coetanei. Ma sarà la madre dell’uomo, convinta della necessità che Mary sviluppi invece le sue potenzialità in una scuola per bambini plusdotati, e in un contesto più vicino al mondo urbanizzato, a mettere i bastoni tra le ruote al progetto di Frank, intentando una causa legale per la custodia della bambina.

Ha una lunga storia, il tema della giftedness su grande schermo, che data almeno dal 1991, anno dell’esordio alla regia di Jodie Foster col suo Il mio piccolo genio. E questo Gifted – Il dono del talento, va detto, non si discosta nelle sue linee essenziali dal canovaccio più classico dei film del filone, riportando in primo piano la dialettica tra diritto all’infanzia e sviluppo delle potenzialità individuali; dialettica che, nel caso di bambini plusdotati, si rivela di particolare, difficile composizione. In questo caso, però, a essere messa in primo piano è la dimensione più intima, familiare, dello sviluppo della personalità della piccola protagonista; il fulcro della storia si sposta così dal suo talento (di cui comunque ci vengono offerte sufficienti prove) alla componente affettiva della crescita della bambina, divisa tra lo zio che se n’è fatto carico e l’esigente nonna, divorata dai sensi di colpa per il suicidio di sua figlia e decisa a proiettare – per la seconda volta – le sue aspirazioni frustrate su una ragazzina. Un conflitto che riesumerà le antiche ruggini familiari, immobilizzate in un rancoroso silenzio dopo il suicidio della madre della bimba, e le sposterà dolorosamente in un’aula di tribunale.

Più che una regia quasi timida, poco appariscente, che solo verso il finale si sbilancia un po’ sul versante emozionale e melò, è la giovanissima Mckenna Grace la vera anima di questo Gifted – Il dono del talento: la sua Mary, complice una scrittura equilibrata e realistica, è un esempio di gifted child che mostra semplicemente un interesse diverso da quelli dei suoi coetanei, ma che per il resto denuncia le fragilità, le necessità e le risorse di una qualsiasi bambina di sette anni. La sceneggiatura mantiene per gran parte del film i personaggi adulti nei loro ruoli predeterminati, rendendo tutt’altro che difficile prevederne le azioni e lo sviluppo (che segneranno, poi, la più generale evoluzione della trama); cionondimeno, la problematizzazione dei loro ruoli, e dell’intero racconto, è tutta lì, sul volto di una bambina vitale e vulcanica, così atipica per la sua intelligenza e la sua inusuale curiosità per il mondo, eppure così affine ai suoi coetanei per le mute richieste che rivolge al mondo adulto. La sua fisicità, la sua espressività facciale, e la disarmante schiettezza dei suoi comportamenti (anche quelli più apparentemente spocchiosi e irritanti, da bambina plusdotata) generano da subito un divertimento e un’empatia duraturi e sinceri.

In questo senso, il film di Marc Webb ha il merito di mostrare una dimensione più quotidiana, realistica ed equilibrata della giftedness, che superi l’inevitabile stereotipizzazione dei ruoli per concentrarsi sulla necessità di un supporto (familiare, innanzitutto) che non può prescindere da affetto, ascolto e piena libertà di sviluppo delle potenzialità: potenzialità che includono, con le giuste peculiarità, anche quelle sociali. Una valorizzazione dell’ambiente che comprende tanto la dimensione scolastica quanto quella familiare (ivi inclusa la vicina che ti ha visto nascere, e l’inseparabile animale domestico): perché certe necessità, variamente declinate, sono in fondo universali.

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