Il lato positivo – Silver Linings Playbook

Il lato positivo – Silver Linings Playbook

Per trattare al cinema la neurodiversità (nel senso più ampio) uno stile come quello di David O. Russell sembra essere particolarmente indicato. Dalla carriera più che ventennale, ma messosi in evidenza soprattutto nell’ultimo decennio, il regista americano utilizza infatti nei suoi film una messa in scena nervosa, rapsodica, a tratti surreale: uno stile che si adatta molto bene alla mente e alla personalità iperattiva, inquieta e mai doma, del personaggio interpretato da Bradley Cooper in questo Silver Linings Playbook – Il lato positivo. Un film, questo, che ha fruttato al regista quella che è stata forse la sua definitiva consacrazione, con le otto nomination agli Oscar (di cui una, quella a Jennifer Lawrence, attrice protagonista, trasformatasi poi in premio), gli ottimi incassi internazionali, e il plauso quasi unanime della critica. Un risultato dovuto in parte al passaggio dal cinema indipendente a quello ad alto budget (col patrocinio dei fratelli Weinstein) e a un cast infarcito di grandi nomi, dal protagonista Bradley Cooper a un mostro sacro come Robert De Niro nel ruolo di suo padre.

I detrattori di Russell (ce ne sono) lo definiscono in genere un regista furbo: un’obiezione non del tutto infondata, visti i continui ammiccamenti del regista allo spettatore attraverso la fotografia levigata, l’umorismo surreale, le canzoni che sono ormai patrimonio popolare (anche qui, come in altri suoi film, domina il pop/rock americano anni ‘70 e ‘80). Tuttavia, bisogna dire che questa “furbizia”, in un film come questo Silver Linings Playbook, è più che mai benvenuta e funzionale: attraverso il suo modo di narrare surriscaldato, popolare, capace di dialogare col pubblico utilizzando il grottesco in chiave empatica, Russell riesce qui a far passare in modo indolore (ma non inconsistente) un tema tutt’altro che facile, come la ricostruzione di una rete sociale e familiare di un adulto con neurodiversità. L’adulto in questione è il Pat Solitano interpretato da Cooper, insegnante bipolare tardivamente diagnosticato, finito in una clinica psichiatrica dopo aver aggredito l’amante di sua moglie. Terminato il periodo di ricovero forzato, l’uomo torna presso la sua famiglia d’origine, deciso a riconquistare l’amore della donna. Ad aiutarlo, suo padre (un uomo anziano altrettanto atipico, con forti tratti ossessivo-compulsivi) e una misteriosa donna, Tiffany, datasi alla promiscuità dopo la morte di suo marito.

Se il termine “commedia drammatica” ha in genere un certo consenso tra i critici, un film come Silver Linings Playbook potrebbe piuttosto essere definito un dramma con forti elementi di commedia. Il personaggio del protagonista è dipinto come individuo vulcanico, propositivo e sinceramente determinato a ricostruire la sua vita, con un’atipicità nell’approccio agli altri (così come alle situazioni, e alla sua stessa sfera emotiva) che risulta parte integrante del suo modo di essere. Bradley Cooper si cala nei suoi panni senza strafare, premendo solo a tratti – e in modo consapevole – sul pedale del grottesco, lasciando piuttosto che sia la regia (con l’uso nervoso del montaggio e il ritmo sincopato) a mettere lo spettatore in sintonia col suo mondo. Non vuole essere un ritratto accurato del disturbo bipolare, il film di Russell, ma piuttosto mostrare come l’atipicità possa nutrirsi ed essere valorizzata attraverso il contatto e l’empatia con situazioni altrettanto problematiche, seppur di natura diversa: ciò vale tanto per l’ombrosa ballerina interpretata (in modo intenso e obliquo) da Jennifer Lawrence, quanto per il padre col volto di De Niro, scaramantico e dal fare intriso di pensiero magico, deciso a recuperare un rapporto con suo figlio attraverso l’unico canale comunicativo (quello del football) con cui ha dimestichezza e familiarità.

Ispirato al romanzo L’orlo argenteo delle nuvole di Matthew Quick (di cui ha mantenuto il titolo originale), Silver Linings Playbook è forse ingenuo in alcuni passaggi, specie in riferimento alla sua seconda parte, e presenta un finale eccessivamente affrettato, che rende a tratti difficile la sospensione dell’incredulità. Tuttavia, la galleria di personaggi che il regista ci presenta (ai tre protagonisti aggiungeremmo l’altro ex ospite della clinica, interpretato da Chris Tucker) catturano lo spettatore con semplicità e mestiere, riuscendo a creare una vicenda il cui carattere positivo e ottimistico non va quasi mai a discapito della credibilità. Sicuramente un buon risultato, per un film dal taglio mainstream e indirizzato a un pubblico generalista.

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