Il pescatore di sogni

Il pescatore di sogni

Favola contemporanea, diretta da un regista che più volte, nella sua carriera, ha affrontato con toni agrodolci i temi del sogno e del confronto con la realtà, Il pescatore di sogni è l’adattamento di un romanzo del 2006 (Pesca al salmone nello Yemen), scritto dall’autore britannico Paul Torday. Giungeva in un periodo storico di transizione, il film di Lasse Hallström, in una fase in cui il fondamentalismo islamico pareva dormiente, in realtà precedente solo di qualche anno all’offensiva lanciata dall’Isis contro l’Occidente: in questo senso, l’utopia rappresentata nel film, incarnata dal visionario sceicco che vuole introdurre la pesca al salmone nelle aride lande yemenite, è un auspicio che ha valenza simbolica più che concreta. Di fatto, l’idea di trasportare una pratica occidentale in una terra mediorientale ancora segnata dal fondamentalismo, mentre sui teleschermi di mezzo mondo scorrono le immagini del conflitto in Afghanistan, vuole trasmettere nel modo più semplice l’idea di un “ponte”, culturale ancor prima che geografico: un ponte qui riassunto dall’incontro tra il personaggio del ricco arabo (l’egiziano Amr Waked) e l’impacciato esperto di ittica col volto di Ewan McGregor.

Di nuovo, quindi (come già ne Il mio nome è Khan e in Molto forte, incredibilmente vicino) i temi del confronto culturale si vanno a mescolare con quelli della neurodiversità. Quest’ultima, qui, ha invero manifestazioni sfumate, suggerite più che enunciate esplicitamente, ma ben visibili (a chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la condizione Asperger) nel personaggio interpretato da McGregor. L’apparentemente freddo, razionale scienziato che viene coinvolto (suo malgrado) in un progetto che reputa folle, è nel film un adulto irrisolto, che vive quasi un rapporto di dipendenza con sua moglie, che ne subisce i giudizi e la naturale tendenza al controllo. Una routine, quella familiare e lavorativa, che per Alfred Jones è solo apparentemente rassicurante, di cui si nutre fin quando la “follia” del nuovo progetto lavorativo non finisce per fargli intravedere un’altra strada possibile. Una strada che coinvolge come parte fondamentale la consulente finanziaria Harriet, interpretata da Emily Blunt, con cui nasce e si consolida la più classica delle love story. Un rapporto che la goffaggine di Alfred, tra rigidità, misunderstanding e vere e proprie gaffe (nell’ultima delle quali viene suggerita la sua condizione autistica) carica a tratti di toni lievemente grotteschi, ma mai sopra le righe.

Non vuole essere un film realistico, Il pescatore di sogni, né un’opera che punti a esplorare, nel dettaglio, il confronto tra neurotipicità e autismo: il personaggio interpretato da McGregor è forse l’esempio di aspie più “mimetico” che si sia finora visto al cinema, al punto che le sue peculiarità vengono scambiate nella storia per insensibilità e immaturità emotiva. In questo senso, e dal nostro punto di vista, il film offre comunque un’interessante riflessione su quella che viene genericamente definita come l’area subclinica dello spettro, quella che coinvolge individui integrati, ben inseriti nei meccanismi sociali e lavorativi del mondo neurotipico; individui comunque impegnati in una lotta quotidiana e invisibile con un mondo difficile da decodificare, nelle sue regole non scritte e persino nel suo linguaggio (la difficile comprensione, e produzione, dell’ironia, rappresenta per il protagonista un vero problema). Non è un caso che Alfred trovi da subito una sua speciale empatia col personaggio apparentemente più lontano da sé, quello sceicco visionario che, nel suo contesto di appartenenza, rappresenta parimenti un outsider: un utopista sognatore, visionario isolato capace di pensare fuori dagli schemi, e per questo avversato dagli elementi più retrivi della sua comunità di appartenenza.

Non è un film uso ai mezzi toni e alle nuances, quello di Hallström, né nella descrizione della visionaria, titanica impresa al centro della trama, né in quella più “piccola” della love story tra i due protagonisti. D’altronde, la sua natura di favola edificante è dichiarata fin dal titolo, almeno da quello italiano (in originale troviamo un più attinente, ma meno esplicito, Salmon Fishing in the Yemen, mutuato dal romanzo originale). Il suo messaggio e il suo tono un po’ naïf sono quelli del suo tempo, quello dei film e più ancora quello del libro ispiratore (scritto nel 2006); ma l’esperienza e la capacità di toccare le corde giuste del regista svedese, unite a un’attenzione più presente che in passato a non sconfinare nella magniloquenza, tengono il film nei binari giusti, dando a personaggi e psicologie il loro giusto peso. E l’ironia, a tratti anche aspra (specie quella sulla politica britannica, e sull’opportunismo dei suoi rappresentanti) rappresenta in fondo un giusto contraltare ai buoni sentimenti di cui la storia è impregnata: un’ironia che, ne siamo sicuri, sarebbe gradita allo stesso personaggio di Alfred, che di quella storia è stato parte attiva.

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