Mommy

Mommy

È un enfant prodige, Xavier Dolan, forse l’unico vero enfant prodige del cinema degli ultimi decenni: attore bambino prima, poi regista straordinariamente precoce, che diresse il suo primo film (J’ai tué ma mère, presentato al Festival di Cannes) a soli 19 anni. Da allora, il canadese ne ha fatta, di strada, ritagliandosi un suo posto stabile nel circuito festivaliero internazionale; ma soprattutto entrando stabilmente nella considerazione del pubblico (più che mai variegato) dell’art cinema, sempre in cerca non solo di nuovi autori, ma anche di moduli espressivi che non si limitino a replicare stantìe e vuote formule del cinema “da festival”. E, in opere come questo Mommy, non si può dire che a Dolan sia mancato il coraggio: a partire dal formato scelto per l’immagine, un aspect ratio di 1:1 che lascia in nero più di metà del classico schermo cinematografico. Una scelta che sottolinea la claustrofobia (nel senso più ampio) di una dura storia di violenza, neurodiversità, ma soprattutto di problematica gestione dell’affetto, in primis di quello familiare.

Dolan, nel film, immagina un presente alternativo, in cui una legge canadese denominata S-14 permette ai parenti di minori problematici, in situazioni di pericolo o estrema difficoltà, un ricovero coatto e permanente dei figli in una struttura psichiatrica. Una misura a cui ha giurato di non ricorrere mai Diane, madre del quindicenne Steve, una diagnosi di ADHD, disturbo oppositivo provocatorio e disturbo dell’attaccamento, più una serie di problemi comportamentali che mettono a perenne rischio la tranquillità domestica. In più Diane, madre vedova e giornalista precaria, fatica a sbarcare il lunario con piccoli lavori saltuari, dopo che la rivista a cui collaborava le ha preferito una redattrice più giovane. Quando Steve viene cacciato dalla struttura di cui era ospite, dopo l’ennesimo atto delinquenziale, Diane cerca di farsi interamente carico del ragazzo, sempre più inquieto e difficile da gestire. Ad aiutare i due ci sarà la nuova vicina di casa Kyla, che soccorre il ragazzo dopo un suo ferimento causato dall’ennesima crisi. Per un po’, l’amicizia di Kyla sembra portare una parvenza di tranquillità in casa dei due, mentre Steve accetta persino la donna come tutor privata; ma, quando a Diane viene recapitata una faraonica richiesta di risarcimento dalla madre di un giovane ferito dal figlio, il fragile equilibrio raggiunto va nuovamente in pezzi.

Se è vero che la cifra espressiva di Mommy è la claustrofobia, frutto di un formato che imprigiona i personaggi nell’inquadratura, costringendo la macchina da presa a ritrarli (quasi sempre) solo uno alla volta, è vero che Dolan riempie altresì il quadro di dettagli, luce, colore, facendo del suo film quasi uno studio sulle possibilità espressive del formato. Nella claustrofobia, nella durezza e nel sentore di fallimento che grava sul film può esserci una bellezza intrinseca, sembra dirci il regista: una bellezza che deriva dall’anima melò, viva e pulsante, che permea tutta la storia, assoluta come la venerazione che il giovane Steve ha per sua madre, fuori controllo nell’espressione come le sue esplosive manifestazioni. Il regista sa inchiodare l’occhio dello spettatore allo schermo, sa anche quando “aprire” il formato (in due significative scene) per dare respiro alla messa in scena, ma soprattutto sa toccare le corde giuste in una vicenda che trova il giusto contraltare di lirismo alla durezza degli eventi rappresentati. Steve risulta disarmante, e difficile da condannare, tanto nelle sue manifestazioni di violenza quanto in quelle di affetto; il tono adottato pulsa di un’empatia che contagia lo spettatore, senza tuttavia fornire facili soluzioni, limitando qualsiasi pretesa sociologica o clinica (lo stesso Dolan ha confessato di non aver mai conosciuto persone con ADHD).

La perfezione formale di Mommy, certo tra i risultati esteticamente più significativi della breve carriera del regista, sembra sempre a un passo dal compiacimento, dal formalismo fine a se stesso, dall’innamoramento vacuo per il proprio stile. Eppure, la credibilità del racconto e dei personaggi, la perfetta interpretazione del giovane protagonista (Antoine Olivier Pilon, classe 1997), l’evidente partecipazione del regista al materiale raccontato, tengono lontani tali rischi. Ci si scopre scossi, alla fine della proiezione, quasi allo stremo per la tempesta degli eventi, ma tuttavia incapaci di esprimere un giudizio compiuto (e l’effetto è fortemente voluto) su quanto si è visto. La confezione con cui il tutto viene presentato rende forse più tollerabili i colpi che si ricevono, ne attutisce in parte l’impatto immediato; ma non ne modifica la portata, e soprattutto non ne intacca l’estrema, inquietante credibilità.

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