Snow Cake

Snow Cake

È stato un curioso destino distributivo, quello di questo Snow Cake. Film di produzione indipendente, ma con tre nomi “pesanti” nei ruoli principali del cast (Alan Rickman, Sigourney Weaver e Carrie-Anne Moss), pellicola di apertura del Festival di Berlino 2006, il film di Marc Evans è rapidamente caduto nel dimenticatoio, trovando spazio in altre manifestazioni, anche importanti (tra queste, l’americano Tribeca e il Toronto International Film Festival), ma ottenendo una distribuzione in sala solo in pochi paesi (Regno Unito, Canada e pochissimi altri). In Italia, il film di Evans è tuttora inedito; e probabilmente, visti gli oltre dieci anni trascorsi dalla sua uscita, tale resterà. Un destino certo ingeneroso, per un film che non sarebbe stato privo di appeal per una consistente nicchia di pubblico, compreso quello nostrano: vuoi per i volti noti presenti nel cast, vuoi per il suo accattivante look indie, vuoi per un tema (l’autismo ad alto funzionamento) che nel 2006 era ancora relativamente nuovo presso il grande pubblico.

Parte come una commedia, Snow Cake, con un Rickman che interpreta Alex, un solitario uomo di mezza età inglese, che appena sbarcato in Canada conosce Vivienne, loquace diciannovenne diretta a casa della madre. Dapprima infastidito dall’eloquio logorroico e un po’ invadente della ragazza, Alex decide comunque di darle un passaggio fino in città, trovandosi nella stessa direzione per quella che sarà la sua meta (la città di Winnipeg, verso cui l’uomo è diretto per motivi che inizialmente non ci vengono svelati). Proprio quando i due personaggi iniziano a conoscersi un po’ meglio, e a trovare piacere nella reciproca compagnia, irrompe inaspettata la tragedia: un tir travolge l’automobile di Alex, lasciando illeso l’uomo ma uccidendo sul colpo la ragazza. Incapace di far fronte al senso di colpa per la morte di Vivienne, tormentato da un ricordo del suo passato che è stato risvegliato dall’incidente, Alex decide di far visita alla madre della ragazza, portandole il regalo che questa aveva con sé. Arrivato sul posto, l’uomo si trova davanti Linda, una donna autistica, apparentemente insensibile di fronte alla morte della figlia. Dopo aver deciso di trattenersi a casa della donna fino al funerale di Vivienne, Alex incontra Maggie, dirimpettaia di Linda, con cui inizia una relazione che lo aiuterà a far fronte ai fantasmi del suo passato.

I selvaggi, innevati paesaggi dell’Ontario fanno da sfondo a un dramma minimale, narrato in tono lieve, in cui i punti problematici della vicenda (il lutto, la colpa, la condizione atipica di Linda e le difficoltà che questa porta con sé) vengono visti come nient’altro che parte dell’esistenza dei personaggi. C’è un tono garbato, nel racconto di Snow Cake, un lieve ancorché doloroso svelarsi dei personaggi, ben riassunto dalla figura di Maggie, che una volta venuta a conoscenza del passato di Alex, sceglie di non forzarlo a parlargliene. In questa costruzione, e con questa scelta di registro, persino il modo poco convenzionale di Linda di far fronte al lutto prende il segno di una graduale scoperta e accettazione, dalla totale incomprensione dei propri sentimenti alla capacità di capire, accettare e convivere con una mancanza; un’assenza, quella di Vivienne, che diventa visibile e plastica solo quando la donna trova il coraggio di farvi fronte. Il tutto è raccontato quasi senza enfasi o scossoni (solo il confronto di Alex con l’autista del tir rivela un momento – breve – di tensione emotiva), ma anzi trovando momenti di humour sottile, obliquo quanto a sua volta atipico: anche sull’autismo di Linda, sulle sue stereotipie e sui suoi tratti ossessivo compulsivi, la sceneggiatura trova modo, intelligentemente, di scherzare. Lo fa nel modo agrodolce e garbato che le è proprio, integrando l’evoluzione del personaggio nel più ampio quadro della trama.

Dramedy a tre, racconto della (ri)scoperta di sé attraverso il contatto con l’altro (non solo neurodiverso), Snow Cake vive delle ottime prove dei suoi protagonisti (la Weaver, già avanti con gli anni, non cessa di sperimentare e mettersi in gioco, in un ruolo non facile) e di un’evoluzione narrativa che trova la giusta misura tra i toni melò e quelli da commedia. Non ci si aspetti un racconto centrato solo sull’autismo: il tema è trattato con una certa consapevolezza, ma risulta parte di un quadro più ampio, che ha al centro, in tutte le sue declinazioni, la comunicazione umana. Senza facili classificazioni o barriere, con un potenziale salvifico di cui solo alla fine si intuisce, compiutamente, la portata.

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