The Imitation Game

The Imitation Game

In un ideale spazio cinematografico dedicato a “quelli che ce l’hanno fatta”, a quelle personalità rientranti nello spettro autistico (o sospette tali) che hanno ottenuto successi e riconoscimenti, questo biopic dedicato ad Alan Turing merita certo un posto di primo piano. La storia del geniale matematico inglese, infatti, è una perfetta esemplificazione del contributo che una mente abituata a pensare in modo diverso può dare alla sua comunità: di più, una personalità come quella di Turing, per chi ne conosce la storia (oscura fino alla fine del secolo scorso) ha in realtà giocato un ruolo fondamentale nella risoluzione della Seconda Guerra Mondiale, nella sconfitta di Hitler e quindi nella preservazione della società europea così come la si conosce. L’invenzione della sua macchina di decrittazione (“Christopher” nel film, “Bomba” nella realtà) permise ai comandi militari britannici di prevedere le mosse tedesche e di accorciare così notevolmente i tempi della guerra, risparmiando, verosimilmente, migliaia di vite umane. La parabola di Turing, in seguito oggetto di persecuzione e di vere e proprie torture a causa della sua omosessualità (torture che lo portarono infine al suicidio) è rappresentata nel film in tutta la sua crudezza.

Ci sono state molte discussioni sull’accuratezza storica di questo The Imitation Game, specie riguardo alla lettura romanzata di molti eventi mostrati nel film, e a una costruzione del personaggio che pone molto l’accento sul suo carattere autistico. Turing, certo geniale, eccentrico e tendente all’isolamento, è tra le figure storiche a cui alcuni studiosi hanno voluto dare una (seppur cauta) diagnosi postuma: è da questo punto di partenza che viene sviluppata la sceneggiatura di Graham Moore, premiata con l’Oscar e ispirata a sua volta al libro biografico Alan Turing: The Enigma di Andrew Hodges; ed è da questo punto di partenza che un attore straordinario come Benedict Cumberbatch dà vita al “suo” personaggio, raccontato su tre diversi piani temporali (l’infanzia, il suo lavoro nel periodo bellico, e la fase successiva al suo arresto). Il Turing di Cumberbatch, attore che già in Sherlock aveva interpretato un personaggio fortemente affine allo spettro, mostra le sue peculiarità e il suo isolamento già dal volto: pur stando attento a non calcare sugli stereotipi o su un’eccessiva connotazione freak del brillante studioso, l’attore britannico sembra perfettamente a suo agio nel delineare un carattere problematico, a prima vista respingente, tendente a una razionalità ai limiti dell’assoluta freddezza.

L’Alan Turing del film è dapprima un oggetto misterioso, che poi viene svelato gradualmente nel corso della narrazione; questa compie un percorso a ritroso partendo dal suo arresto, passando per la sua assunzione nella speciale unità segreta dell’esercito britannico, arrivando a mostrare sprazzi della sua infanzia, in cui risaltano il suo isolamento, il suo ruolo di vittima di atti di bullismo, oltre a certe peculiarità difficili da fraintendere per chi conosca la condizione Asperger (vedi la scena della mensa). Il film di Morten Tydlum è costruito nella sua parte centrale come un thriller, scelta che costituisce il verosimile motivo dell’accomodamento di molti eventi alle esigenze narrative: non è difficile immaginare infatti che il completamento della macchina, nel film frutto di un’improvvisa intuizione del protagonista a seguito di un casuale dialogo, si sia svolto nella realtà storica in modo molto diverso; così come appare un po’ forzato, nel film, il subitaneo cambio di atteggiamento da parte dei colleghi di Turing nei confronti dello scienziato, passati da un iniziale ostracismo – fortemente incoraggiato dal soggetto – a una leale collaborazione e amicizia. Si tratta di forzature facili da rilevare a posteriori, ma che nel film non fanno sentire più di tanto il loro peso, specie grazie all’abile costruzione dell’intreccio e alla regia vivace e ricca di tensione di un esperto come Tydlum.

Cinematografico nell’approccio e nella resa del soggetto, ma comunque al di qua della rappresentazione agiografica o di una rilettura monodimensionale del personaggio, The Imitation Game può rappresentare un’ottima “porta di ingresso” alla conoscenza di una figura fondamentale per la storia del Novecento, nella sua complessità e in tutte le sue diverse sfaccettature. Il trattamento che gli viene riservato subito dopo la fine della guerra, che portò alla sua crudele fine, viene rappresentato nel film con un vibrante piglio di denuncia, capace di generare indignazione e partecipazione emotiva. Un risultato che, unito a una caratterizzazione di spessore e intensità da parte del protagonista, rappresenta certo un conseguimento importante, specie in un blockbuster destinato al grande pubblico.

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