Toc Toc

Toc Toc

Rispetto allo spettro autistico, e ad altre condizioni più strettamente afferenti al periodo dello sviluppo (ADHD, Sindrome di Tourette), il disturbo ossessivo compulsivo, o DOC, resta tuttora un terreno poco esplorato dal cinema. Condizione abbastanza comune nei suoi tratti più lievi, ma fortemente invalidante in quelli più marcati, il DOC viene preso di petto in modo diretto, col linguaggio della commedia, dallo spagnolo Vicente Villanueva in questo Toc Toc. Un titolo, quello del film datato 2017, che gioca sul doppio significato dell’onomatopea del bussare (esplicitamente citata nel film) e della sigla che indica il disturbo nella lingua spagnola (trastorno obsesivo compulsivo, abbreviato appunto TOC). È rilevante, anche se non negativo di per sé, che questo film, che rappresenta una delle prime trattazioni esclusive del DOC sullo schermo, abbia scelto proprio il registro della commedia per parlare della condizione: un registro potenzialmente efficace ma da maneggiare con cura, specie laddove si affrontino temi complessi e di rilevanza clinica.

Il film di Villanueva segue le vicende di sei personaggi, ognuno con una differente variante della condizione, che per un disguido si ritrovano a condividere lo stesso appuntamento presso lo studio di uno psicoterapeuta: Emilio, un tassista ossessionato dalla numerologia e dai calcoli; Bianca, tecnica di laboratorio misofobica; Ana Marìa, ossessionata dalla religione e maniaca del controllo; Lili, istruttrice di pilates ecolalica, e con la tendenza a ripetere due volte le frasi che pronuncia; Otto, architetto ossessionato dalla simmetria e con la fobia per le linee sul terreno; e infine Federico, uomo di mezza età tourettico, affetto da un singolare tic che lo porta a proferire insulti e volgarità all’indirizzo delle persone con cui viene a contatto. Esasperati dal ritardo del terapeuta, bloccato sul volo di ritorno da un viaggio all’estero, e contrariati per il disguido che li ha costretti ad essere tutti presenti alla stessa ora presso lo studio, i sei tentano un singolare esperimento di terapia di gruppo autogestita. Nel corso di essa, l’iniziale diffidenza, e la scarsa tolleranza per le rispettive manie, si trasformeranno infine in simpatia e solidarietà reciproca.

È lieve e giocoso, il tono di questo Toc Toc, un catalogo di tratti tali da coprire (più o meno) tutto lo spettro ossessivo compulsivo; con una divertente selezione di episodi, nella prima parte, che mostrano i vari modi in cui il disturbo può interferire nella vita quotidiana. Il registro scelto, quello di una commedia surreale e improntata alla caricatura, comporta inevitabilmente un certo grado di stereotipizzazione dei tratti: ogni personaggio sembra caratterizzato più dalla sua personale declinazione della condizione (invariabilmente portata all’eccesso, sempre tale da scatenare l’effetto grottesco) che da una precisa descrizione caratteriale. La scelta, consapevole, nel segno dell’esasperazione e del bozzetto caricaturale, limita un po’ la portata del discorso del film: quella di Vicente Villanueva non vuole essere una resa realistica delle particolarità del DOC, né tantomeno aspira a suggerire possibili modi di farvi fronte. Il film, per come mostra un ampio ventaglio di varianti possibili della condizione, può servire semmai da “porta di ingresso” (restando alla metafora evocata dal titolo) per comprenderne le manifestazioni più visibili, attraverso la mostra di alcuni “tipi” di possibili portatori.

Nella sua ora e mezza circa di durata, Toc Toc scivola comunque via con grazia e mestiere, grazie a un rodato gruppo di attori (tra questi, Rossy De Palma, habitué dei film di Pedro Almodovar), e a un’ottima gestione dei tempi comici da parte del regista, che sfrutta bene l’unità di tempo e luogo della storia. Non un’accurata trattazione clinica sul DOC, come si è detto, ma comunque qualcosa di più di un divertissement fine a sé stesso: la già ricordata, ampia gamma di manifestazioni del disturbo qui mostrate (per esasperate che siano) serve a dare l’idea di una condizione estremamente varia e multiforme, mentre il carattere brillante di alcuni dialoghi (e delle relative schermaglie tra i protagonisti) fa capire che, pur tra portatori di una stessa diversità, non sempre è automatica la solidarietà. Non automatica, aggiungiamo noi, ma senz’altro auspicabile, come emerge chiaramente quale “morale” conclusiva del film.

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