Tutto ciò che voglio

Tutto ciò che voglio

La strada, il cosmo. Il senso di appartenenza a una dimensione “altra”, quella della neurodiversità, con l’inevitabile sentore di estraneità che ad esso si accompagna, e la parallela necessità di vivere ed esistere sulla Terra, nella dimensione della quotidianità. Il rifugio, sicuro ma autoreferenziale, nella fantasia, e quella voglia di rispondere all’esortazione “hit the road”, di mettersi in gioco sul terreno concreto della vita, per realizzare se stessi. Vive di questo perenne dualismo, questo Tutto ciò che voglio, un dualismo involontariamente rispecchiato anche dal confronto tra il titolo italiano e quello originale: laddove prima si sussurrava, quasi implorandolo, un “Please Stand By” (“per favore, fermati”, come invocato dalla caregiver col volto di Toni Collette alla protagonista Dakota Fanning, mentre questa ha un meltdown), il titolo italiano trasforma l’esortazione in positiva rivendicazione, nell’affermazione di una progettualità e nella voglia tenace di perseguirla. Da una parte la necessità della stasi, dall’altra la tensione verso il cambiamento, pauroso ma anche foriero, se ben indirizzato, di un possibile miglioramento personale.

Sono questi, se ben ci si pensa, due elementi presenti in molti film dedicati all’autismo: tanto quello della strada e del viaggio, quanto quello della metafora cosmica. Tutto ciò che voglio è un road movie e un romanzo di (tras)formazione, una storia in cui la protagonista si mette alla prova intraprendendo un viaggio destinato a cambiarla: così era l’amato/odiato Rain Man, così l’immaginifico, divertente Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, così il recente, nostrano Quanto basta. Ma nella dimensione del viaggio e della scoperta di sé c’è anche, presente in nuce, quella tensione verso un’appartenenza “altra”, il sentore di estraneità al mondo neurotipico, la voglia inespressa che un’astronave arrivi a portarti via, a casa. Tra i klingon, magari, dove in compagnia del sempiterno comandante Spock (uno che questi problemi li conosce bene) potrebbe essere più facile imparare a comprendere le proprie e le altrui emozioni. Impossibilitata a raggiungere l’Enterprise, la Wendy interpretata da Dakota Fanning la studia dalla tv del centro di cui è ospite, ne fa il suo interesse speciale, e infine ne trae la “sua” storia. Una storia da presentare al contest di sceneggiatura per il prossimo film di Star Trek, lanciato dalla Paramount, per partecipare al quale la protagonista intraprende un viaggio finora impensabile.

Tutto ciò che voglio, diretto con garbo e misura dall’australiano Ben Lewin, si nutre efficacemente del parallelo tra il viaggio di Wendy e la storia da lei scritta, tra la sua scoperta di sé e quella interiore che, all’interno della sua sceneggiatura, vede protagonista uno Spock forse per la prima volta in procinto di comprendere davvero la sua dimensione emotiva. Un parallelo che, all’inizio e alla fine del film, viene esplicitato anche visivamente, con una sostituzione di caratteri (quella dei due protagonisti della storia nella storia) che si rivela semplice quanto efficace. Il film di Lewin, lieve e volutamente poco incline ai toni emotivamente espliciti, si affida molto all’ottima prova della Fanning, capace di risultare credibile nei panni di una giovane donna autistica, senza che il suo personaggio si limiti solo ai suoi tratti appartenenti allo spettro: un carattere capace di evolvere, secondo un canovaccio prevedibile ma funzionale, nei circa 90 minuti di durata del film. Il risultato è un manifesto edificante, ma non per questo zuccheroso, sul potere dell’”interesse speciale” e sulla necessità della ricerca, per una persona nello spettro, della propria specifica strada, alle proprie condizioni, con un supporto che sia tarato sulle peculiarità del singolo.

Si potrebbe obiettare che Tutto ciò che voglio edulcori (e certo, in parte, lo fa) una parte degli episodi occorsi alla protagonista (l’incontro con la coppia di ladri, ad esempio); si potrebbe rilevare come alcuni passaggi di trama, specie nella seconda parte, risultino sostanzialmente poco credibili. Il suo essere centrato sulla figura del personaggio interpretato dalla Fanning fa sì che il film di Lewin sorvoli, in modo un po’ frettoloso, sull’evoluzione dei personaggi di contorno (la già citata Toni Collette, la sorella col volto di Alice Eve) smussando alcuni degli “angoli” potenzialmente più interessanti: il disinteresse della caregiver per la storia scritta dalla protagonista, ad esempio, poteva essere utilizzato meglio per illuminare un elemento di tensione e di possibile evoluzione del personaggio stesso. Ma, nella sua dimensione lieve e minimale, è forse una scelta della sceneggiatura quella di sfumare qualsiasi possibile elemento di conflitto, in favore di un racconto che vuole descrivere una possibile declinazione dell’autismo (una delle tante) senza troppi scossoni emotivi. Un risultato che, vista la freschezza e il senso di levità che l’intera operazione trasmette, può dirsi sostanzialmente raggiunto.

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