Sette minuti dopo la mezzanotte

Sette minuti dopo la mezzanotte

È passata quasi inosservata, nel nostro paese, l’uscita in sala di Sette minuti dopo la mezzanotte (in originale A Monster Calls), coproduzione anglo-ispano-statunitense che il regista Juan Antonio Bayona ha tratto dall’omonimo romanzo per ragazzi di Patrick Ness. Una sottovalutazione, da parte della distribuzione italiana, davvero difficile da comprendere, visto il potenziale (sia artistico che commerciale) che un film come quello di Bayona esprimeva. Il regista spagnolo, già a suo agio con la dimensione più emozionale e squisitamente empatica del genere fantastico (si ricordi il suo The Orphanage) utilizza qui il filone della fiaba per raccontare un moderno e doloroso coming of age, rovesciando tuttavia le premesse del genere: al carattere tipicamente edificante delle fiabe classiche viene opposta la complessità e le sfumature della vita reale, l’assenza di una delimitazione netta tra bianco e nero, la difficoltà di lettura di un comportamento complesso e dipendente da vari fattori come quello umano.

Libro e film narrano la storia di Conor, dodicenne che vive con una madre malata di cancro, che entra ed esce dall’ospedale. Il ragazzino, il cui padre vive lontano, negli Stati Uniti, ha un pessimo rapporto con sua nonna, donna apparentemente fredda e distante. L’unico sollievo di Conor, che continua ottimisticamente a sperare in una guarigione della madre, è nel disegno, attività per cui è straordinariamente dotato e che gli consente di rifugiarsi in un suo mondo fantastico. Una notte, Conor riceve la visita di un mostro, una creatura che ha la forma di un gigantesco albero umanoide, che lo obbliga ad ascoltare tre storie: sono storie fiabesche, tutte collegate in un modo o nell’altro alla presenza dello stesso albero, secolare guardiano della casa di Conor. Una volta ascoltate le tre storie, Conor dovrà in cambio raccontare all’albero la quarta storia, legata a un suo ricorrente incubo e a una dolorosa verità. Dapprima spaventato e intimorito dalla presenza della creatura, Conor inizierà gradualmente a comprendere i motivi della sua presenza, finendo per stabilire con essa un singolare legame.

Si muove costantemente tra la dimensione fantastica e quella realistica, Sette minuti dopo la mezzanotte, delineando da un lato una dolorosa storia legata alla crescita, al distacco dai propri cari e alla scoperta della complessità della vita adulta, dall’altro esaltando il potere salvifico della fantasia e della narrazione di storie, viste anche come potente mezzo pedagogico. La creatura che viene a visitare Conor ha una forma mostruosa, incute naturalmente paura sia per il suo aspetto, sia (soprattutto) per le implicazioni della sua presenza: ma il ragazzino, capace di uno sguardo più profondo e consapevole rispetto a quello dei coetanei – e anche di parte del mondo adulto – ne comprende le ragioni, finendo per sviluppare per essa quell’affetto che non ha mai potuto esprimere per il lontano padre. Le storie che la creatura racconta non hanno la struttura manichea delle fiabe, ma al contrario contengono in sé la complessità (e per molti versi l’assurdità) della vita reale; Conor è dapprima infastidito dalla difficoltà di una loro lettura immediata, ma successivamente inizia a comprendere come possano essergli utili. Fino ad accettare la sfida più dolorosa, ma necessaria, quella del racconto – e dell’accettazione – della sua storia.

È un film emotivamente forte, Sette minuti dopo la mezzanotte, che a tratti letteralmente travolge lo spettatore, senza paura di essere esplicito e diretto nella gestione del registro emotivo. La storia di Conor è messa in scena in modo tanto realistico, sviscerata nei suoi molteplici aspetti (il problematico rapporto col padre e la nonna, l’isolamento scolastico e il bullismo di cui è vittima) da tenere il film ben al di qua di un registro melodrammatico furbo e ricattatorio. Nella favola raccontata da Ness e messa sullo schermo dal regista spagnolo c’è la ricchezza e complessità della vita, espressa in frammenti di realtà e sogno, alternati sullo schermo senza soluzione di continuità, in cui è (troppo) facile per chiunque riconoscersi. La quarta storia, quella conclusiva, “costa” tanto in termini emotivi, sia per il giovane protagonista – un Lewis MacDougall perfetto – sia per chi, al di qua dello schermo, deve ascoltarla. Il groppo in gola, alla fine, è praticamente inevitabile, ma si esce dalla visione consapevoli che quella storia andava narrata e ascoltata. E il suo valore terapeutico, niente affatto “semplicista” (per usare un gioco di parole che sarà compreso da chi ha visto il film) è lì, innegabile.

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