Sing Street

Sing Street

Vive e respira a tempo di musica, Sing Street. Forse non potrebbe essere altrimenti, visto il passato da bassista folk-rock del regista John Carney, la sua esperienza come regista di video musicali, e la presenza fondamentale dell’elemento sonoro, e canoro, un po’ in tutta la sua filmografia (si ricordi – un titolo per tutti – il celebrato Once, del 2006). Eppure, in questo (tuttora) ultimo lavoro di Carney, le canzoni sono qualcosa di più di un semplice elemento di commento, vanno anche oltre la mera funzione didascalica e si integrano con la storia sia in senso diretto che concettuale. Una storia, quella del film di Carney, che mette in scena il più classico dei romanzi di formazione in un contesto proletario – e non proprio esente da disagio – come quello della Dublino del 1985: Conor, 16 anni, sta fronteggiando la separazione dei suoi genitori, insieme a un cambio di liceo (dalla rassicurante scuola dei gesuiti a quella, sempre cattolica ma pullulante di umanità problematica, dei “Fratelli Cristiani”) che si rivelerà assolutamente traumatico. Ma l’estemporanea decisione di inventare una band musicale, per far colpo su una ragazza, gli regalerà in un sol colpo l’amore, nuovi amici e una nuova possibile vocazione. Oltre a un’inedita sicurezza in sé.

Sing Street porta sullo schermo gli anni ’80 senza finti impeti nostalgici o accessi di gusto vintage fini a se stessi; la descrizione del decennio più frequentato dal cinema e dalla televisione degli ultimi anni, tutta immersa nel contesto proletario di una Dublino in cui viene idealizzata – sembra incredibile, ma così è – persino la fuga verso l’Inghilterra thatcheriana, è puntuale, realistica, sfondo e insieme elemento caratterizzante per la crescita del protagonista. Un protagonista che sogna a sua volta la fuga, ma per cui la traversata del mare verso la costa inglese assume un significato simbolico ancor prima che fisico: è la personale linea d’ombra del sedicenne Conor, quella che insieme può sancire la rottura con una famiglia distratta e disfunzionale, e il ricongiungimento con la propria storia personale e identità (nel ricordo delle traversate fatte da bambino a fianco del nonno). Ed è, più che una fuga, una presa di coscienza e maturazione, che passa anche per l’accettazione di ciò che si è, così come della propria intrinseca fragilità: Conor si scopre “felicetriste”, come gli insegnano l’amata Raphina, suo fratello, e la bellissima In Between Days dei Cure; e scopre che gli piace esserlo. Lo mette nel suo look e nelle sue canzoni, questo status, e inizia a portarlo con sé con sempre maggior orgoglio.

Ci si diverte e ci si commuove, in Sing Street, si tende spesso a canticchiare i classici che il regista dissemina generosamente lungo tutto il film, oltre alle canzoni scritte dal protagonista: segno di un’attenzione all’elemento musicale – e alla sua presa sul pubblico – che va ben oltre il minimo sindacale. Ma ci si stupisce, soprattutto, per la puntualità e la credibilità dell’universo umano e sociale delineato dal film, per la crudezza che viene fuori quando necessario (il viscido, violento prete che dirige la scuola), per una galleria di personaggi a volte sopra le righe, spesso caricaturali, (quasi) sempre trattati con empatia e affetto; esempio emblematico è la figura del fratello del protagonista, suo mentore musicale e sentimentale, e (per una volta) vero fratello maggiore. C’è un abbozzo di sguardo sui disfunzionali meccanismi dei rapporti tra adolescenti, la scoperta fragilità della figura del bullo e il suo necessario perdono; un perdono certo più meritato di quello (che non arriva) per un mondo adulto che invece è consapevolmente violento, superficiale, o distratto a seconda dei casi. La ribellione, catartica, non è (solo) posa adolescenziale ma necessità di (vera) sopravvivenza. Meglio comunque se con la persona amata, altrettanto fragile, “felicetriste” e assolutamente insostituibile. Per crescere davvero c’è tempo, ma quella linea – fisica e metaforica – intanto l’abbiamo attraversata.

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