State a casa

State a casa (2021)

State a casa

Il film sarà proiettato sabato 11 giugno all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Siamo nella primavera del 2020, nei primi, drammatici giorni del lockdown seguito allo scoppio della pandemia di Covid-19. Paolo, Benedetta, Nicola e Sabra sono quattro amici tutti sotto i trent’anni, che convivono sotto lo stesso tetto: i quattro sono accomunati dal fatto di avere lavoretti precari, e di essere in balia dei capricci del loro padrone di casa, un ambiguo traffichino di nome Spatola. Quest’ultimo rifiuta categoricamente – a dispetto delle difficoltà del periodo – di diminuir loro il canone d’affitto; un rifiuto che provoca l’ansia dei quattro, e in particolare dell’inquieto e insoddisfatto Paolo. L’equilibrio psicologico di quest’ultimo, già precario, viene ulteriormente minato da un gioco mal riuscito, che coinvolge la fuga di un serpente che era stato portato a casa da Sabra: il giovane finisce per leggere l’evento come un tetro presagio, proprio quando i suoi amici decidono di dar vita a un piano che dovrebbe cambiare le loro vite. I tre, infatti – a dispetto della netta contrarietà di Paolo – organizzano uno sghembo piano per sottrarre soldi all’avido padrone di casa. Le cose, tuttavia, non andranno affatto come previsto, dando anzi adito a sviluppi completamente inaspettati.

Uscito al cinema a giugno 2021, poco dopo la riapertura delle sale seguita al secondo lockdown, State a casa è stato forse il primo film italiano a trattare, in modo organico e diretto, il tema della pandemia. Un approccio divertito e insieme cinico, quello del film di Roan Johnson, che parte dal genere della commedia – infarcita di toni generazionali, con echi da Fino a qui tutto bene, precedente lavoro del regista che a sua volta citava il cult movie L’odio – per poi rendere sempre più nero il suo humour, fino a trasformarsi in un noir cupo e disilluso. Una costruzione del racconto in sé non originalissima – vista la lunga, feconda tradizione cinematografica di commedie noir, specie provenienti da oltreoceano – ma certo inusuale nel cinema italiano mainstream: un cinema da anni ristagnante nelle secche del dramma borghese e di commedie sempre uguali a se stesse. Il film di Johnson sceglie invece di giustapporre la riflessione sulla natura umana – letta attraverso un’ottica non proprio benevola, che coinvolge in modo trasversale tutti i personaggi – alla retorica del “ne usciremo migliori” che veniva ripetuta, come un vuoto mantra, nei primi mesi della pandemia. La storia dei quattro coinquilini, e il turbine di eventi che li coinvolge, appare proprio come una beffarda risposta a quell’immotivata fiducia.

Una risposta, quella fornita dal film di Roan Johnson, che a ben vedere parte già dal suo titolo, ripetizione di un altro mantra che era stato venduto come panacea risolutiva della pandemia. I quattro coinquilini, in fondo, seguono alla lettera i dettami di quell’esortazione: Paolo, Benedetta, Nicola e Sabra non si spostano dal perimetro del loro palazzo, fuoriuscendo dall’appartamento che condividono (probabilmente una volta di troppo) solo per mettere in atto il loro piano ai danni del locatore dirimpettaio. Non vediamo mai direttamente l’esterno, in State a casa, film tutto stretto nella claustrofobica location della residenza dei quattro; ma non ce n’è bisogno, in quanto l’occasionale e reiterato urlo di un’ambulanza ci ricorda che da qualche parte, fuori campo, infuria un killer invisibile quanto insidioso. Eppure, il film pare volerci dire che il Covid non è il virus peggiore: che l’avidità, l’attitudine all’inganno e la voglia di sopraffazione sono nemici potenzialmente altrettanto letali, ma forse ancor più pericolosi in quanto subdoli e capaci di mascherarsi. Un mascheramento espresso più volte, nel film, da quella frase, “mi fido di voi”, che diventa solo un altro vuoto mantra, a coprire il sospetto, la paura dell’inganno e la voglia di tradire a propria volta.

Il regista immerge letteralmente lo spettatore nel clima di ansia e montante – ma a suo modo divertita – paranoia che coinvolge i quattro protagonisti; lo fa chiudendoci letteralmente in casa con loro, e trasportandoci indietro, con studiata consapevolezza, a quell’angosciante primavera del 2020. Una logica immersiva che si traduce nello stile di regia adottato, una serie di lunghi piani sequenza che accentuano da un lato la claustrofobia dell’atmosfera, dall’altro il senso di vicinanza fisica coi personaggi. Il risultato è un’opera tutta da scoprire, che cambia tono e pelle (come il serpente simbolicamente mostrato a inizio film) più volte, per raccontare un periodo della nostra storia recente probabilmente ancora non pronto per essere storicizzato. L’essere comunque riuscito a mostrarlo e a parlarne, con tanta consapevolezza (pur cinica e amara) è senz’altro un risultato non da poco.

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