The Rider – Il sogno di un cowboy

The Rider - Il sogno di un cowboy recensione

The Rider – Il sogno di un cowboy

Il film sarà proiettato sabato 3 ottobre all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Una realtà d’altri tempi, resa cinematograficamente con un’aderenza quasi mimetica. È questo, in estrema sintesi, The Rider – Il sogno di un cowboy, secondo lavoro della regista cino-statunitense Chloé Zhao. Come già aveva fatto nel suo primo film, l’inedito Songs My Brothers Taught Me, la regista decide infatti per questa sua opera seconda di utilizzare un cast di attori non professionisti – i membri di una riserva indiana del Sud Dakota – e di raccontare la storia di uno di loro: questi è Brady, giovane mandriano campione dei rodei, che vive con suo padre e la sua sorellina Lily, autistica, ed è costretto a ritirarsi dopo un grave incidente rimediato durante un rodeo. Diviso tra la voglia di tornare a cavalcare e il senso di responsabilità verso la sorella, Brady sbarca il lunario lavorando in un supermercato, ma non abbandona l’inquietudine per la sua vecchia vita, così come l’amore per i suoi cavalli.

Narrato con piglio quasi neorealistico, The Rider – Il sogno di un cowboy mostra un mondo fuori dal tempo, ai margini della civiltà moderna, che tuttavia orgogliosamente resiste con i suoi rituali. La regista non abbandona mai il punto di vista del suo protagonista, rendendone l’inquietudine e la frustrazione, ma riesce ad allargare lo sguardo a rappresentare un’intera comunità, circondata da una natura selvaggia e mai del tutto domata. Quello mostrato da Chloé Zhao è un ritratto assolutamente credibile, eppure a suo modo evocativo e sognante, di un mondo che evidentemente la regista ha frequentato diligentemente prima di iniziare a girare il film. Un mondo in cui un incidente – come quello occorso a Lane Scott, amico del protagonista rimasto paralizzato su un letto d’ospedale – non può cancellare la determinazione di chi l’ha subito, oltre a rinsaldare il forte legame con gli altri membri della comunità.

Ci si immerge letteralmente in quel mondo, guardando il film di Chloé Zhao, ma soprattutto si toccano con mano le sensazioni che muovono il personaggio di Brady, il richiamo irresistibile della vecchia vita, i contrastanti sentimenti provati verso suo padre, uniti alla voglia di assicurare alla sorella un futuro diverso. In The Rider – Il sogno di un cowboy l’aspirazione individuale – quella che è stata plasmata dallo stesso contesto sociale in cui il protagonista è cresciuto – è costantemente messa a contrasto coi doveri sociali, con quei legami primari che per Brady restano in primo piano anche nei momenti più conflittuali. In tutto questo, la regista, piuttosto che narrare una storia in senso classico, preferisce mostrarci uno scorcio di realtà, frammenti di vita quasi rubata ai suoi personaggi, non avendo paura di indugiare sui momenti a più alto tasso emozionale (gli incontri di Brady con Lane in ospedale, l’eutanasia resasi necessaria di un cavallo).

The Rider – Il sogno di un cowboy è appunto il racconto di un sogno – come recita il sottotitolo italiano – ma ancor più la cronaca della vita reale, che non ha paura di “sporcarsi” con gli strumenti del cinema per trovare la sua resa sullo schermo. La sua capacità di coinvolgere lo spettatore a più livelli, il suo uso spregiudicato del paesaggio – trattato quasi come un ulteriore personaggio – il suo sfiorare sovente il registro del melodramma, non cancellano il grande rigore con cui è stato realizzato, né la sensazione lasciata allo spettatore, alla fine, di aver assistito a qualcosa di davvero speciale.

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