Tutto il mio folle amore

Tutto il mio folle amore recensione

Tutto il mio folle amore

Il film sarà proiettato sabato 19 settembre all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Di nuovo un road movie, di nuovo la strada come metafora di crescita e scoperta reciproca per due personaggi apparentemente lontani. I due personaggi, in Tutto il mio folle amore, sono quelli di Willi e di suo figlio Vincent – interpretati rispettivamente da Claudio Santamaria e dall’esordiente Giulio Pranno – , il primo cantante girovago, soprannominato “il Modugno della Dalmazia”, il secondo il figlio autistico che era stato abbandonato dall’uomo, prima della sua nascita, 16 anni prima. Quando Willi decide di riapparire nella vita della ex compagna Elena per conoscere Vincent, la reazione della donna è inizialmente rabbiosa: ma Vincent, quando Elena caccia Willi di casa, si nasconde nel bagagliaio del suo furgone e inizia con lui un incredibile viaggio attraverso i Balcani. Quando Willi decide di portare con sé il figlio in tournée, Elena si mette immediatamente sulle sue tracce insieme a Mario, suo attuale marito che ha cresciuto il ragazzo come un figlio.

Tratta temi di un certo rilievo, Tutto il mio folle amore, film che Gabriele Salvatores ha tratto liberamente dal romanzo Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas; quest’ultimo era a sua volta ispirato alla vera storia di Andrea e Franco Antonello, padre e figlio che compirono un lungo viaggio attraverso il Sud America. L’importanza dei legami di sangue contro quelli affettivi acquisiti, incarnati rispettivamente dai personaggi di Willi e Mario, è quindi in primo piano nel film di Salvatores, così come il processo di scoperta reciproca tra Vincent e Willi, entrambi outsider, entrambi a loro modo “strani”: il loro viaggio, nato in modo estemporaneo e proseguito con sempre maggior partecipazione da parte dei due, sarà utile in modo diverso ad entrambi: a Vincent per ritrovare quella figura paterna di cui aveva imparato a memoria il nome, ma di cui aveva sempre sofferto l’assenza, a Willi – Peter Pan mai cresciuto – per maturare definitivamente attraverso la presa di responsabilità genitoriale.

Salvatores narra il tutto con tono lieve, senza appesantire il racconto con parentesi eccessivamente melodrammatiche, ma affidandosi principalmente alla qualità dei suoi interpreti: a “guidare” il film, in modo istintivo e naturale, è il Vincent interpretato da Giulio Pranno, con la sua spontaneità senza filtri e le sue oscillazioni emotive, per una prova che dribbla brillantemente le trappole del manierismo. Il viaggio avvicina progressivamente Vincent e Willi, mostrando per la prima volta al ragazzo un mondo esterno di cui finora aveva solo sentito vagheggiare nei racconti (tra questi, il suo preferito, il Gordon Pym di Edgar Allan Poe); la sua dimensione iniziatica si unisce alla fattura avventurosa della storia, che costella il tragitto dei due di strani incontri e singolari comprimari. Ma il lungo “inseguimento” sarà anche l’occasione per Elena e Mario – interpretati con efficacia rispettivamente da Valeria Golino e Diego Abatantuono – per riflettere sul passato e sulla stessa natura del proprio legame con Vincent, imparando anche – laddove è necessario – a perdonare.

Tutto il mio folle amore non nasconde le asperità portate dalla condizione di Vincent, a cui l’esordiente Pranno dona credibilità con inusitata naturalezza, ma stempera spesso in commedia i momenti potenzialmente più duri, mantenendo una certa freschezza laddove sarebbe stato facile scadere nella maniera. Il messaggio, quello che vede la “normalità” come un fatto mai acquisito una volta per tutte – ma anche come un concetto di cui diffidare – non è propriamente nuovo, ma Salvatores riesce a comunicarlo senza barare, affidandosi anche al fascino delle location e a una buona colonna sonora (fatta di un misto di canzone italiana e folk americano). Il mestiere non manca, ma il risultato viene raggiunto in modo convincente, per un viaggio che alla fine si è più che soddisfatti di aver condiviso coi protagonisti.

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