Un giorno della vita

Un giorno della vita

Oltre 20 anni dopo Nuovo Cinema Paradiso, il cinema italiano torna con questo Un giorno della vita sul “luogo del delitto”. Non torna fisicamente sullo stesso luogo, ovviamente: ma senz’altro nella stessa tipologia di spazio, di contesto, di esperienza sociale. Di nuovo, per un paesino del sud Italia non ancora toccato dall’imminente rivoluzione dei costumi (qui la storia è ambientata nel 1964) il cinema – o cinematografo, come ancora, all’epoca, qualcuno diceva – diventa elemento aggregante e trascinante, fonte generatrice di sogni a occhi aperti per la mente troppo libera e “selvaggia” di un ragazzino.

Il piccolo Salvatore, il cinema, lo respira e lo sogna anche quando non è davanti ai suoi occhi: insieme ai suoi due amici Caterina e Alessio, si fa chilometri in bicicletta sotto la calura per arrivare al vicino paese, per assistere alle nuove prodezze di Maciste oppure (sgattaiolando da un’entrata laterale) al bagno dentro Fontana di Trevi di Anita Ekberg ne La dolce vita. Il padre, questa sua fissazione non la sopporta: lui è un comunista tutto d’un pezzo, che considera il cinema una perdita di tempo borghese. E in famiglia è un padre padrone, della specie peggiore. Ma la divorante passione di Salvatore non la fermi certo con la lettura (imposta) del Manifesto del Partito Comunista: così, quando il ragazzino trova, appeso sui muri del cinema, l’annuncio di vendita di un proiettore, ha un’idea. Un’idea che si rivelerà pessima e geniale al tempo stesso.

Esordio nel cinema di fiction di Giuseppe Papasso, Un giorno della vita è un film piccolo, quasi intimo, che si nutre dei colori, degli odori e delle atmosfere della provincia italiana di mezzo secolo fa. Un’atmosfera filtrata dallo sguardo sognante di un ragazzino, troppo propenso a volare e a immaginare per gli angusti confini (fisici e mentali) della vita di paese. Troppo puro e limpido anche per capire la rivoluzione degli adulti, quella che promette la liberazione del proletariato vagheggiando di spettri che si aggirano per l’Europa: per lui, uno “spettro” resta un’entità fantastica e minacciosa, che magari può essere sconfitta dal forzuto Maciste. Salvatore ha ben chiara in testa la sua, di rivoluzione: portare il cinema nel suo paesino, dare la possibilità ai suoi concittadini di sognare a occhi aperti lì al buio, dietro a quel fascio di luce tremolante, come fa lui. Ed è una rivoluzione che, contro ogni previsione, gli riesce, anche se a caro prezzo.

Non edulcora la sostanza della sua storia, Un giorno della vita, e non ne nasconde le implicazioni: Salvatore è finito al riformatorio, e questo lo vediamo fin dalla prima scena, fin da prima che il ragazzino cominci a raccontare la sua storia – tradotta in un lungo flashback – all’attonito giornalista interpretato da Alessandro Haber. Sta lì come un Antoine Doinel di provincia, il ragazzino, dimenticato da un mondo adulto che l’ha inconsapevolmente eletto a vero “spettro”, emblema di una modernità che è lì lì per arrivare: una modernità che spazzerà via tanto Don Camillo quanto Peppone, che si farà beffe delle due “chiese” italiane per antonomasia, rivendicando in piazza sì la giustizia sociale, ma anche – e soprattutto – l’immaginazione al potere. Un sessantottino ante litteram, quindi (piombato nel suo sonnolento paese giusto con pochi anni di anticipo), che come tutti i sessantottini capisce poco la retorica tronfia della sinistra di stretta osservanza sovietica. Quella di suo padre, per capirsi.

Eppure, in Un giorno della vita non c’è (quasi) asprezza: nel film di Papasso c’è piuttosto una patina nostalgica, se non proprio elegiaca, per un mondo (quello di certa provincia italiana, coi suoi rituali ma anche la sua ingenuità) che di lì a poco sarebbe scomparso, almeno così come lo vediamo nel film. La nostalgia, filtrata dall’occhio infantile, è sempre presente, e coinvolge tanto le corse in bicicletta con gli amici per raggiungere la sala cinematografica, quanto le barbose, imposte riunioni alla sezione di partito; tanto l’embrionale, strano e incomprensibile affetto per l’amica Caterina, quanto quella casa che – pur contaminata dalla violenza di un uomo debole e incapace di comprendere – resta pur sempre deposito di affetti e memorie. In fondo, quelle memorie non aspettano che di essere restituite (pur in forma fantastica e trasfigurata) proprio dal mezzo cinematografico tanto amato. Un mezzo che riporterà in vita persino quell’esperienza che era stata sottratta al padre di Salvatore, nelle immagini di un evento (i funerali di Togliatti) che finalmente l’uomo potrà vivere, con la sua intatta carica emotiva. La rivoluzione, questa, ha avuto decisamente un esito felice.

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