Un ponte per Terabithia

Un ponte per Terabithia recensione

Un ponte per Terabithia

Il film sarà proiettato sabato 9 novembre all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Ci sono voluti ben 31 anni per portare sullo schermo, in un film destinato al grande pubblico, il romanzo per ragazzi di Katherine Paterson Un ponte per Terabithia. Il libro della Paterson, datato 1976, era stato invero già adattato nel 1985 in una versione televisiva, che tuttavia ebbe scarso successo: un destino curioso per il romanzo più noto di quella che è considerata, a tutt’oggi, una delle più importanti autrici per l’infanzia della narrativa contemporanea. Il fatto che la vicenda del romanzo funzioni tutt’ora, tuttavia, a distanza di tanto tempo dalla sua originale concezione, è la miglior riprova del suo carattere universale: la dimostrazione che la storia della Paterson va a toccare corde capaci di risuonare a prescindere dalle epoche, e che la sua mescolanza peculiare – e imitatissima nelle opere a venire – tra immaginario fantastico e descrizione puntuale (e anche spietata) di una vivida realtà di provincia, coglie nel segno e resta impressa. Una capacità che questo film di Gábor Csupó, cineasta ungherese, capace di utilizzare una sensibilità tipicamente europea per rileggere la storia, riesce a rendere al meglio.

Protagonista della storia è Jess Aarons, un ragazzo di dodici anni introverso e dal talento innato per il disegno, che si sente trascurato dai genitori e ha un rapporto problematico con le sue quattro sorelle. Cresciuto in una famiglia con serie difficoltà economiche, Jess stringe amicizia con Leslie, nuova arrivata nella sua scuola, dotata come lui di una fervida fantasia. Figlia di due scrittori, Leslie completa in un certo senso quello che è il mondo di Jess: laddove, infatti, lui riesce a trasporre i suoi sogni in immagini, Leslie è brava con le parole, capace di immaginare storie vivide e descriverle con dovizia di particolari. In breve divenuti inseparabili, i due ragazzini si creano un rifugio tutto loro nel bosco, al di là del torrente, dove immaginano che la loro casa sull’albero sia il centro di un regno fantastico chiamato Terabithia. Un regno minacciato ogni giorno da creature spaventose, che loro combattono valorosamente come fossero un re e una regina. Ma a minacciare davvero quel loro rifugio, luogo dei sogni ed espressione di un’amicizia speciale, arriverà presto la realtà, nella sua forma più crudele.

Sembra inizialmente la più classica delle storie di formazione, Un ponte per Terabithia, racconto di una simbiosi speciale tra due ragazzini in un contesto incapace di comprenderli. Una storia che tuttavia, principalmente grazie all’acutezza del romanzo originale (ma anche all’abilità del regista nel coglierne i punti nodali) non cessa di descrivere il “contorno”, il contesto adulto nel quale i due protagonisti si muovono, con una precisione quasi spietata. La fantasia a briglie sciolte di Jess è costantemente castrata e mortificata nella sua voglia di esprimersi dai problemi economici della sua famiglia, in special modo da un padre (interpretato da un ottimo Robert Patrick) che non trova il tempo e le energie per penetrare davvero nel mondo di suo figlio. Sono tante, nel film di Csupó, le scene che mostrano l’incomunicabilità tra i due personaggi dal punto di vista del ragazzo, il continuo contrasto tra una mente capace di costruire mondi e il richiamo a fare i conti con una realtà spietata, che ai troll che popolano la foresta sostituisce il ben più vivido fantasma di una povertà additata dalla comunità come una colpa. Una meschinità che si trasmette come un virus anche al mondo dei ragazzi, dove i bulli colpiscono i più poveri, e dove le vittime di violenza si rifanno sui loro coetanei, in una catena infinita.

È informato di quello che si chiama “realismo magico”, Un ponte per Terabithia, di una lodevole capacità di rappresentare il fantastico in un continuum con la realtà, di far compenetrare l’uno e l’altra con naturalezza e senza forzature, specie quando i due protagonisti si trovano nel loro habitat naturale, quello del bosco. L’aver creato un loro mondo, esclusivo ma non meno reale di quello che c’è fuori, aiuterà Jess e Leslie a comprendere meglio anche quest’ultimo; e soprattutto metterà Jess nelle condizioni di capire meglio suo padre, i suoi insegnanti e persino i bulli della scuola, e a spezzare quella bolla di invisibilità di cui si sentiva prigioniero. Il prezzo da pagare per la consapevolezza e l’accettazione sarà molto alto, di una crudeltà che pare quasi insostenibile; ma lo stesso regno di Terabithia, rinvigorito e innervato di un’immaginazione che supera qualsiasi umana limitazione, sopravviverà al colpo più duro. Crescere non significa elidere l’umana, necessaria capacità di immaginare, ma al contrario farla respirare e avere la capacità di condividerla: perché quel rifugio magico ha davvero il potere di rimarginare qualsiasi ferita, comprese quelle più profonde e durature.

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