Una donna fantastica

Una donna fantastica recensione

Una donna fantastica

Il film sarà proiettato sabato 18 settembre all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.30 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Orlando, uomo sposato e separato, vive da tempo una relazione stabile con la compagna Marina. Quest’ultima è impiegata come cameriera in un bar e sogna di fare la cantante. Una notte, il festeggiamento in casa del compleanno di Marina produce un esito tragico: Orlando viene colpito da un malore, e muore poco dopo l’arrivo al pronto soccorso. La donna, sconvolta e pressata dalle domande della polizia, si mostra totalmente sfuggente, arrivando anche ad allontanarsi dall’ospedale appena arrivati gli agenti. Poco dopo, la famiglia di Orlando si rivela a dir poco ostile con Marina, mentre la moglie del defunto compagno le intima di lasciare immediatamente l’appartamento che condivideva con lui. La partecipazione al funerale di Orlando viene rigorosamente vietata alla sua compagna. Perché tanta ostilità? La risposta è semplice: Marina è una donna transgender.

Il 2017 ha portato con sé, al cinema, due film che affrontavano in modo diverso le tematiche LGBTQ+: da una parte il francese 120 battiti al minuto, Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, dall’altra questo Una donna fantastica, Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura alla Berlinale, e in seguito premio Oscar per il miglior film straniero. Due modi diversi di trattare temi strettamente collegati (diremmo facenti parte dello stesso sottoinsieme), per due ottiche diverse sull’identità sessuale: collettiva quella del film francese, individuale quella contenuta in quest’opera del cileno Sebastián Lelio. Un’identità che viene negata, con violenza e ostinazione, al personaggio di Marina, interpretato dalla notevole attrice transgender Daniela Vega. Più che essere una riflessione sull’amore, elemento lasciato in secondo piano e messo tra parentesi con la scomparsa del personaggio di Orlando, il film di Lelio parla di diritto ad amare, ma prima ancora a essere riconosciuti come soggetto portatore di un’identità (personale prima che sessuale).

Non deve trarre in inganno la presenza, nelle vesti di produttore, di un regista solitamente dedito a temi politici come Pablo Larraìn: Una donna fantastica è sì calato nella drammatica realtà cilena, in mezzo ai fantasmi di un paese che non ha ancora compiutamente fatto i conti col suo passato recente (la dittatura di Pinochet); ma è anche, e soprattutto, un lavoro che aspira all’universalità, che trascende i confini di una singola realtà socioculturale per farsi portatore delle istanze di un’intera categoria. È anche un film politico, quello di Sebastián Lelio, ma a suo modo e con le sue peculiarità: è il corpo di Marina a diventare terminale di un’istanza politica, così come il suo stesso scontro con coloro che ne vogliono negare il diritto a esistere. Un corpo che Lelio, significativamente, non mostra mai nella sua interezza: più facile, in questo modo, favorirne la valenza simbolica, di rappresentanza e testimonianza fisica quanto a suo modo “astratta”.

È comprensibile che Una donna fantastica abbia conquistato i giurati dell’Academy, visto il suo modo così attento al racconto (e alla sua accessibilità) di mettere in scena il dramma universale della diversità e della sua mancata accettazione. Il film di Sebastián Lelio prende per mano lo spettatore, ma volutamente non lo accompagna dolcemente lungo la sua narrazione: al contrario, lo scuote violentemente, trasmettendogli – e stimolando – un’empatia travolgente, persino violenta. Se il livello politico e collettivo è messo tra parentesi, quello personale e sociale emerge prepotentemente: quello che viene attraversato dalla protagonista è un calvario, particolarmente odioso in quanto nega il diritto a una componente affettiva e al riconoscimento della stessa. La durezza delle tematiche viene in qualche modo stemperata dall’eleganza, quasi lirica, della messa in scena: momenti onirici si alternano a cromatismi elaborati e a parentesi poetiche; più il mondo intorno a Marina si rivela gretto e squallido, più la sua risposta sembra essere la bellezza. Una bellezza difficile da negare, vero e proprio pugno in faccia per tutti i suoi accusatori: un metaforico pugno qui più che mai salutare.

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