Uomini che odiano le donne

Uomini che odiano le donne (2009)

Uomini che odiano le donne

Il film sarà proiettato sabato 21 gennaio all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.00 alle ore 19.30. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

La saga di Millennium, nella sua incarnazione letteraria, non ha certo bisogno di presentazioni. Composta da tre libri scritti dall’autore Stieg Larsson, e da altri due (per ora) ad opera di David Lagercrantz (succeduto a Larsson dopo la sua prematura scomparsa), la serie poliziesca che vede protagonista il giornalista Mikael “Kalle” Blomkvist e la hacker punk Lisbeth Salander ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo; fin dall’apparizione, nel 2005, del suo primo capitolo, intitolato Uomini che odiano le donne. Proprio da questo primo tassello della saga, autoconclusivo in sé, il regista danese Niels Arden Oplev ha tratto il film di cui ci andiamo ad occupare, preambolo di una trilogia cinematografica (che si comporrà anche dei successivi La ragazza che giocava col fuoco e La regina dei castelli di carta, ispirati agli omonimi romanzi di Larsson) e ispiratore di un remake statunitense (per la regia di David Fincher). Proprio negli USA è stato realizzato, di recente, un ulteriore installment della saga cinematografica, intitolato Quello che non uccide e tratto dal quarto romanzo della serie (il primo scritto da Lagerctantz). Segno, quest’ultimo, di una popolarità che nel suo complesso non accenna a diminuire.

Nei romanzi che formano la trilogia originale, Larsson accenna più volte al fatto che Lisbeth Salander, la ragazza nemica degli uomini che odiano le donne, hacker tanto geniale quanto asociale, potrebbe avere la sindrome di Asperger. Lo pensa Blomkvist nel corso del primo romanzo, quando si rende conto della straordinaria memoria fotografica di Lisbeth; lo ipotizza nel secondo libro il suo ex tutore, Holger Palmgren, uno dei pochi che ne ha scalfito la dura corazza; lo suggerisce nel terzo episodio il neurologo che l’ha in cura, e che un po’ le si è affezionato. Lisbeth, per l’autore, è un pianeta sconosciuto quanto affascinante: allergica ai contatti umani, insofferente per qualsiasi forma di autorità, ma dotata di un suo rigido, quasi inflessibile, codice morale. Un personaggio passato attraverso una storia familiare fatta di terribili abusi, trovatosi suo malgrado al centro di una trama più grande di lei, tessuta prima della sua nascita e destinata inevitabilmente a segnarla. Una giovane donna che ha perso fiducia nelle autorità, così come più in generale nelle altre persone, in tenera età, quando quelle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerla l’hanno invece rinchiusa. Ma Lisbeth, come sottolinea Palmer, è più della sua, pur dura, storia. È diversa, per l’appunto. Neurodiversa, per la precisione.

Proprio il personaggio di Lisbeth Salander, qui introdotto e destinato a giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’intreccio, sarà approfondito (diventando sempre più centro della narrazione) nei successivi due episodi della saga, letterari e cinematografici. Il film di Niels Arden Oplev, comunque, tratteggia cinematograficamente una figura ostica e affascinante, affidandosi molto all’ottima prova attoriale di Noomi Rapace. Costretto a ristrutturare la storia seguendo, parallelamente, le vicende dei due protagonisti, Oplev ci introduce il personaggio prima di quanto non lo avesse fatto Larsson nella versione letteraria, mostrando da subito le sue straordinarie doti di hacker, la sua scarsa attitudine ai contatti sociali, e la sua capacità di reagire in modo violento (se non addirittura crudele, come succede in una ben nota sequenza del film) ai torti subiti. Del suo passato, qui, non sappiamo ancora praticamente niente (e con noi lo stesso Mikael Blomkvist, come le confessa in un significativo dialogo); il film, tuttavia, mostra brevi flashback della Lisbeth bambina, lasciando intuire una tragedia (“Tutto il Male”, come la chiama lei stessa nei romanzi) di cui fu contemporaneamente vittima e parte attiva.

Il film di Oplev, pur corposo nella durata (quasi due ore e mezza nella versione cinematografica, circa tre nella director’s cut), sacrifica un po’ della descrizione dei personaggi (non solo quello di Lisbeth) a favore della resa del complesso intreccio giallo, sospeso tra passato e presente. A risentirne è soprattutto lo sviluppo del rapporto tra i due protagonisti, il loro graduale avvicinamento, la singolare (e atipica) empatia da subito mostrata da Mikael nei confronti di Lisbeth; con lo sviluppo, nella mente di quest’ultima, di un affetto nebuloso e non subito precisato, sospeso tra l’attrazione fisica, l’amicizia, la lealtà e (forse) qualcosa di ancor più profondo. Un groviglio emotivo, così comune in una mente autistica, che Larsson aveva efficacemente reso con la sua scrittura nel corso di tutta la trama, e che qui resta inevitabilmente sacrificato. Tuttavia, lo sguardo obliquo di Noomi Rapace e la sua androgina fisicità, il mistero celato dietro il suo volto e il suo corpo (compreso quel tatuaggio che ne copre una buona parte), le sue straordinarie doti informatiche e la sua scarsissima competenza sociale, formano un mosaico di sicura presa e fascino. Una donna neurodiversa che difende con le unghie e i denti il piccolo pezzo di mondo che, da sola e tra enormi difficoltà, è riuscita a ritagliarsi per sé; e che tuttavia, quasi senza accorgersene, finisce per entrare in contatto/collisione col mondo di qualcun altro, quando si accorge che l’etica che muove quest’ultimo, e i suoi obiettivi, sono in fondo affini ai suoi. E per quest’ultimo fa, d’istinto, qualcosa che mai avrebbe pensato di poter fare, specie dopo aver vissuto “Tutto il Male”: lo aiuta, in modo disinteressato.

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