Viaggio verso la libertà

Viaggio verso la libertà

Inizia con un funerale, Viaggio verso la libertà, ovvero con l’occasione sociale per eccellenza che la società riveste di “sacralità”. Il composto silenzio dei presenti viene interrotto da versi, grida, volgarità: una violenza stridente sul rito, che subito intuiamo non essere volontaria. A compierla, il figlio della defunta, Vincent: lui ha la sindrome di Tourette, ma nonostante la sua condizione, con la madre – che soffriva di alcolismo – aveva un rapporto paritario, in cui l’uno si prendeva cura dell’altra. Ora, il giovane dovrebbe convivere con suo padre Robert, politico in ascesa, scorbutico e sempre impegnato; ma questi proprio non vuole saperne di badare a lui. Vincent finisce così in un istituto per giovani con disturbi psichiatrici: qui conosce il futuro compagno di stanza Alex (paziente con disturbo ossessivo compulsivo, ossessionato dall’igiene) e Marie, giovane anoressica. La convivenza tra i tre è dapprima tutt’altro che facile, ma a un certo punto qualcosa scatta: il rocambolesco furto della macchina della dottoressa Mia, primaria dell’istituto, darà il via a un emozionante viaggio, in cui i ragazzi sperimenteranno l’amicizia e l’amore.

Vincitore, un po’ a sorpresa, della sezione Alice nella Città nel Festival del Film di Roma 2014, Viaggio verso la libertà si presenta come il più classico dei film sulla neurodiversità, con uno sguardo che mescola le tematiche familiari a quelle dell’accettazione sociale e della crescita. Il tono, fin dalla prima sequenza, si intuisce realistico: la condizione di Vincent (un ottimo Robert Sheehan) non viene per nulla edulcorata, con la mostra esplicita delle sue difficoltà, ma anche di una consapevolezza e maturità – che intuiamo essere state coltivate e stimolate dal rapporto con sua madre – che il distratto padre rifiuta di vedere. Seguendo una formula ormai collaudata, che fa coincidere la tematica del viaggio con quella della crescita personale e della scoperta di sé (temi che a loro volta impattano direttamente con l’amore e l’amicizia) il film si snoda come un road movie, seguendo in modo diligente le più classiche tappe del genere.

Cos’ha allora, di speciale, il film di Gren Wells, regista americana che proprio con quest’opera esordiva dietro la macchina da presa? Innanzitutto l’equilibrio, viene da dire. Il tourettismo, qui lontano dalla stilizzazione grottesca che ne faceva il pur apprezzabile Toc Toc, è solo una delle tante facce di un personaggio che evolve in modo credibile nel corso della storia, trovando nei nuovi compagni quella chiave di accettazione e mutuo aiuto che la scomparsa di sua madre aveva rimosso. Il film mette in scena l’incontro/scontro (e la seconda dimensione, va specificato, non è affatto edulcorata) di tre diversità, tanto apparentemente distanti tra loro quanto in realtà complementari: e lo fa con un tono che mescola dramma e commedia con grande equilibrio, trovando spesso una compresenza delle due dimensioni nella medesima sequenza.

Il personaggio di Vincent, “guidato” dal suo interprete ma anche da una buona sceneggiatura, non ruba mai la scena ai suoi due compagni, ma anzi incoraggia (in modo a volte volontario, a volte ironicamente accidentale) la venuta alla luce delle loro particolarità, aiutandoli in modo diverso a superarne le spigolosità. Le scene che vedono la compresenza del protagonista e dell’Alex interpretato da Dev Patel (star britannica di origine indiana, già visto in The Millionaire) stimolano il sorriso senza mai scadere nel grottesco più compiaciuto; tanto le peculiarità del disturbo ossessivo compulsivo (esasperate quel tanto che basta per non renderle macchiettistiche) quanto quelle dell’anoressia – altro tema che il film tratta con grande equilibrio – vanno a integrarsi in modo realistico e credibile con le personalità dei rispettivi portatori. Esseri umani a tutto tondo, che trovano finalmente una dimensione per vivere – a pieno, e col carattere totalizzante della loro età – esaltazioni, disillusioni e conflitti di tutti i loro coetanei.

Su tutto, un mood da cinema indipendente che non scade mai nella maniera, la strada e i paesaggi che danno respiro alla narrazione, smussando i toni più aspri della trama, e un approccio melò che – malgrado l’inevitabile semplificazione di alcune componenti, prima tra tutte quella familiare – non dà mai l’impressione di ricattare lo spettatore. Viaggio verso la libertà (titolo che adatta in modo discutibile l’originale e più calzante The Road Within) convince nella sua semplicità, rinunciando tuttavia a qualsiasi approccio consolatorio. Le difficoltà, per i tre protagonisti, sono tutt’altro che scomparse: ma gli strumenti per affrontarle, in questo garbato e accattivante romanzo di formazione, sono stati trovati e affinati. Un risultato di cui Vincent, Alex e Marie possono andare fieri.

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