Wonder

Wonder

Ha un’origine curiosa, il soggetto di Wonder, film che entrò un po’ a sorpresa tra i titoli di punta del Natale 2017, accanto ai più quotati Coco e Star Wars: Gli ultimi Jedi. Opera che esplora la diversità, ma soprattutto il modo degli “altri” di rapportarsi a essa, il film di Stephen Chbosky è tratto dal romanzo omonimo della scrittrice R.J. Palacio (pseudonimo di Raquel Jaramillo) che ebbe l’idea di scriverlo dopo un incidente che coinvolse suo figlio. In quell’occasione, il bambino vide al parco una coetanea con un’evidente deformità facciale, restandone spaventato e iniziando a piangere; la madre, d’istinto, tentò di proteggere suo figlio dallo spavento, allontanandolo e finendo per peggiorare la situazione. L’elaborazione mentale dell’accaduto (insieme a una certa dose di comprensibile senso di colpa) portò la scrittrice a concepire una storia di diversità e accettazione, che avesse al centro proprio la patologia della bambina incontrata, la Sindrome di Treacher Collins. Il titolo, che declina in chiave positiva, di scoperta e ricchezza, la diversità del piccolo protagonista, è ispirato a una canzone di Natalie Merchant, che la scrittrice pensò potesse ben attagliarsi alla sua esperienza.

Seguendo la struttura del romanzo, il film di Chbosky narra l’ingresso a scuola di Augustin “Auggie” Pullman, 11 anni, finora istruito a casa da insegnanti privati, praticamente mai messo a contatto coi coetanei. I suoi genitori, tuttavia, sentono che è arrivato il momento di fare il grande passo, e di permettere ad Auggie di uscire finalmente fuori, nel mondo: quel mondo da cui lui stesso sembra volersi proteggere simbolicamente (ma anche fisicamente) indossando quel casco che ben simboleggia la metafora cosmica, e il suo sentore di estraneità agli altri. Quando il ragazzino fa il suo ingresso nel grande agone della scuola media, simbolico momento di passaggio che per lui arriva senza la preparazione delle fasi precedenti, deve iniziare a cercare di discernere gli alleati dai potenziali nemici: tra i primi troviamo Jack e Charlotte, che dopo un’iniziale diffidenza stabiliscono con Auggie un legame di reciprocità e amicizia; tra i secondi, invece, si segnala Julian, ragazzino viziato e violento, che subito si mette a capo di una banda di bulli che iniziano a tormentare Auggie. Le difficoltà, pur messe in conto dai genitori del ragazzino, iniziano a minare la tranquillità interna della famiglia, interrogando i genitori sulla giustezza della loro scelta.

C’è in Wonder una componente in un certo senso universale, facilmente leggibile e filtrabile da ogni categoria di spettatori, che è probabilmente la caratteristica che ha fatto la fortuna del film di Stephen Chbosky. Il tema del bullismo, del confronto con la diversità, della capacità di accettazione (specie durante il complesso periodo della preadolescenza) è in fondo qualcosa con cui tutti, nell’uno o nell’altro ruolo, ci siamo dovuti confrontare. Il film ha il merito di problematizzare ulteriormente il tema, dividendo la storia in capitoli e raccontandola da vari punti di vista: a quello del piccolo protagonista si affiancano quelli dei suoi compagni di scuola e dei suoi familiari, in una struttura polifonica che dona complessità a una storia altrimenti lineare. In tutto ciò, emerge la ricchezza del mondo del giovane protagonista (un Jacob Tremblay che aveva già offerto un altro apprezzabile ritratto di un bambino in difficoltà, in Room di Lenny Abrahamson) ma anche la sua voglia di integrazione e condivisione, i suoi interessi non dissimili da quelli dei suoi coetanei, pur declinati in una forma tutta personale e creativa: nel film non sono infrequenti le piccole, riuscite parentesi oniriche, che toccano l’immaginario coltivato dal ragazzino – in particolar modo quello cosmico – arrivando a gustose citazioni cinematografiche, in particolare da saghe ormai entrate nell’immaginario collettivo come quelle di Star Wars o Scream.

Wonder è un piccolo e riuscito coming of age sulla diversità, che racconta in modo semplice, ma non semplicistico, una vicenda che interroga la capacità di accettazione e comprensione dei propri (dis)simili da parte dell’essere umano. Lo fa, il film di Stephen Chbosky, senza scadere in facili moralismi: la crudezza delle prove a cui il piccolo protagonista viene sottoposto, la violenza fisica e psicologica che deve subire (risultato a cascata di un’altra violenza, più subdola, che il mondo adulto infligge quotidianamente a un’infanzia che si trova a imitarne i modelli più deleteri) non vengono mai nascoste, ma anzi evidenziate e sottolineate nei punti chiave della storia. C’è un approccio realistico, nel racconto, che non viene cancellato dalla sua natura edificante, né dal suo rivolgersi principalmente – ma non solo – a un pubblico di giovani e giovanissimi: in fondo, i giovani spettatori del film di Chbosky, quelle cose le hanno probabilmente già vissute e sperimentate, o al massimo lo faranno tra breve. Come “guida all’azione”, manuale pratico per giovani e adulti per rapportarsi alla diversità (in tutte le sue più varie declinazioni), sotto forma di film di intrattenimento, Wonder svolge davvero bene il suo compito.

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